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23 giugno 2014 1 23 /06 /giugno /2014 23:37
"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato.     DIEGO FILIPPI

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato. DIEGO FILIPPI

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11 aprile 2014 5 11 /04 /aprile /2014 00:11
Libro del mese di aprile 2014: "Il prete bello" di Goffredo Parise

Nel maggio del 1954 esce per l'editore Garzanti “Il prete bello”, romanzo scritto da uno sconosciuto vicentino, Edo Parise.

Il giovane aveva già dato alle stampe due romanzi Il ragazzo morto e le comete nel 1951 e La grande Vacanza nel 1953, pubblicati entrambi dall'amico editore Neri Pozza.

In questo periodo Parise lascia Vicenza e, dopo aver trascorso un periodo a Venezia, trova lavoro presso un'importante casa editrice di Milano. La città gli è fredda e patisce la solitudine perciò sente il desiderio di scrivere una storia con tanti personaggi allegri e originali, che sappia far ridere e commuovere, una storia che lui stesso definisce “estiva”. Nasce così Il prete bello, vero caso editoriale, clamoroso successo che verrà presto tradotto in molti paesi e regalerà a Edo, insieme a critiche denigratorie, interesse e celebrità.

A sessant'anni di distanza questo romanzo ha molto da raccontare, da divertire e commuovere e da insegnare.

I personaggi così originali ed eccentrici, induriti dalla fame, dal freddo e dall'ignoranza ma spensierati, spregiudicati, svagati popolano pagine indimenticabili dove la lettura si fa visiva, plastica, la descrizione diviene materia, il dialogo colpisce l'olfatto, l'episodio risulta ruvido, il destino grave e assordante.

Parise è un gigante che con forza strattona il lettore e lo spinge dentro una semplice ma vivissima storia che si snoda tra il '39 e il '40 e che vede don Gastone Caoduro, prete bello, svagato, elegante e vanesio stregare un intero caseggiato abitato da un'umanità singolare fatta di signore zelanti e bigotte, commercianti e artigiani scaltri o consunti, fascisti comici, ragazzini furbi, ruffiani, generosi e soli.

A Parise dobbiamo la nuda e coraggiosa onestà per averci descritto magistralmente una piccola città di provincia, Vicenza, in anni non distanti dal nostro contemporaneo in uno spaccato di vita e di società che sembra essere lontanissimo ed estraneo da noi e dalla nostra stessa storia.

Ma quella storia in realtà così fastidiosa, scomoda e desolata ma gaia, furba e allegra non dista che un passo da noi: è la matrigna che ci ha generato e che con fatica non possiamo non chiamare mamma.

Il prete bello è un romanzo bellissimo, struggente e che non si dimentica.

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27 marzo 2014 4 27 /03 /marzo /2014 09:38

Il 12 marzo è arrivato in Italia "Il Cardellino", l'ultimo, acclamatissimo romanzo di Donna Tartt, un'autrice che si concede poco, che impiega molti anni prima di dare alle stampe una nuova opera e che, immancabilmente, ad ogni nuova pubblicazione, riscuote consensi e successo.

Per festeggiare questo grande ritorno, Rizzoli ha reso disponibile in versione economica BUR una nuova edizione dei suoi due precedenti titoli, tra cui "Dio di illusioni", il romanzo d'esordio che la lanciò nel firmamento letterario mondiale.

A "Dio di illusioni" viene appiccicato, per motivi editoriali, il cartellino di Thriller, eppure è un vestito che gli sta davvero stretto. Certo, al suo interno ci sono omicidi, suspense e intrigo, ma non è questo il fine del romanzo. La storia, infatti, indaga piuttosto la psicologia, le azioni e i pensieri che muovono la vicenda.
Come mai dei ragazzi del college diventano degli assassini? Cosa li spinge a uccidere un loro compagno di corso? E come reagiscono?

Con uno stile da brivido, che tiene incollato il lettore dalla prima all'ultima pagina, riuscendo nella non facile impresa di non far pesare i continui rimandi a testi classici, Donna Tartt mette in scena una storia di smarrimento.
I giovani assassini sono infatti ragazzi che non riescono a trovare un loro posto nel mondo. Sembrano un gruppo a parte, un qualcosa d'altro, ma forse è solo apparenza. Sono ricchi o fingono di esserlo? Sono colti. Cercano una loro dimensione? Forse, ma questa è solo una supposizione: si sentono speciali... ma non lo pensiamo forse tutti? Non è una prerogativa della giovinezza quella di cercare nei modi più disparati il proprio posto nel mondo?
Loro, a differenza dei propri coetanei, sembrano trovarlo nel corso di greco antico tenuto da un professore incredibilmente carismatico che finisce col farli sentire ancora più 'isolati'. Il suo metodo di insegnamento, infatti, prevede pochissimi studenti (solo i sei protagonisti) e non consente la frequentazione di corsi che lui non abbia precedentemente approvato.
Diventano, così, un gruppo elitario e isolato con pochissimi contatti extra-scolastici.
Il loro amore per l'ellenismo (vero o indotto che sia) e per la bellezza che in esso vedono li porta a vivere in una realtà parallela, in cui tentano addirittura di emulare esperienze vissute dai loro soggetti di studio. Il reale perde senso ai loro occhi: non seguono la tv, i giornali, il campus...
Da qui si arriverà poi alla catastrofe, all'omicidio del loro amico. Il loro mondo 'ideale' andrà quindi a cozzare con quello reale e tutto incomincerà a sbriciolarsi. A distruggersi, creando scompiglio e azioni avventate.

"Dio di illusioni" è una storia di ricerca di sé e di fascinazione per la bellezza, di disperazione e di ricostruzione. E' anche una storia di grossi insuccessi mascherati da vittorie. Ma è soprattutto una scrittura stupenda unita a una storia che vi farà a lungo riflettere.

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 22:43

La storia appassionante e avventurosa di una famiglia texana, i McCullough, attraverso le voci di tre narratori indimenticabili: il capostipite Eli, ora centenario e noto a tutti come «Il colonnello», suo figlio Peter, chiamato «la grande delusione» per la sua incapacità di incarnare la visione paterna, e la pronipote di Eli, Jeanne Anne, che, da ultima erede dell'impero familiare, deve affrontare la partita finale con il destino.

Dalle grandi praterie annerite da immense mandrie di bisonti, agli smisurati ranch di proprietà di un pugno di allevatori che regnavano come monarchi assoluti su schiere di vaqueros, al paesaggio arido e desolato punteggiato dalle torri dei campi petroliferi, la storia del Texas occidentale è la storia di un susseguirsi di massacri, la storia di una terra strappata di mano piú e piú volte nel corso delle generazioni. E inevitabilmente anche la storia dei McCullough, pionieri, allevatori e poi petrolieri, è una storia di massacri e rapine, a partire dal patriarca Eli, rapito dai Comanche in tenera età e tornato a vivere fra i bianchi alle soglie dell'età adulta, per diventare infine, sulla pelle dei messicani e grazie ai traffici illeciti fioriti nel caos della Guerra Civile, un ricchissimo patrón. Ma se Eli McCullough, pur sognando la wilderness perduta, non esita ad adattarsi ai tempi nuovi calpestando tutto ciò che ostacola la sua ascesa, suo figlio Peter sogna invece un futuro diverso, che non sia quello del petrolio che insozza la terra e spazza via i vecchi stili di vita, e non può che schierarsi con trepida passione dalla parte delle vittime. La storia, però, la fanno i vincitori, ed ecco allora Jeanne, la pronipote di Eli, magnate dell'industria petrolifera in un mondo ormai irriconoscibile, in cui di bisonti e indiani non c'è piú neanche l'ombra, e i messicani sono stati respinti al di là del Rio Grande. Toccherà a lei affrontare, nel modo piú letterale possibile, un tragico e inesorabile ritorno del rimosso. Dopo aver esplorato, in Ruggine americana, le rovine dell'impero industriale statunitense, in questo romanzo western anomalo e modernissimo, fortemente politico e per nulla ideologico, Philipp Meyer indaga senza reticenze le origini di quello stesso impero, per raccontarci quanto è sempre stato sottile il confine che separa l'eroismo dalla ferocia.

Philipp Meyer è cresciuto a Baltimora, Maryland. Ha lasciato il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale. I suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «Esquire», «McSweeney's», «Salon» e l'«Iowa Review». Ruggine americana («I coralli», 2010 ) è stato nominato Miglior libro del 2009 da «The New York Times», dal «Los Angeles Times» e dall'«Economist» ed è stato inserito nella Newsweek's list of «Best Books Ever», Amazon Top 100 Books of 2009, Washington Post Top 10 Books of 2009. Philipp Meyer è stato selezionato da «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni

Philipp Meyer è cresciuto a Baltimora, Maryland. Ha lasciato il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale. I suoi racconti sono usciti su «The New Yorker», «Esquire», «McSweeney's», «Salon» e l'«Iowa Review». Ruggine americana («I coralli», 2010 ) è stato nominato Miglior libro del 2009 da «The New York Times», dal «Los Angeles Times» e dall'«Economist» ed è stato inserito nella Newsweek's list of «Best Books Ever», Amazon Top 100 Books of 2009, Washington Post Top 10 Books of 2009. Philipp Meyer è stato selezionato da «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni

Libro del mese marzo 2014: "il figlio" Philipp Meyer

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17 marzo 2014 1 17 /03 /marzo /2014 14:17

Alvise Pàvari Dal Canal, protagonista di "Due belle sfere di vetro ambrato" (che è stato presentato anche qui a Valdagno), torna con una nuova avventura dal titolo "Venivano da lontano", ovviamente scritta da Giorgio Caponetti.

 

Alvise, Ippologo di fama mondiale che vive nel suo bel palazzo sul Canal Grande, riceve una telefonata da un vecchio amico che gli chiede di raggiungerlo a Tuscania. Alvise, riluttante, è costretto a partire per via di un vecchio debito, ma si ritroverà invischiato in un misterioso omicidio in cui ci sono di mezzo pure dei cavalli, gli etruschi e...

 

La scrittura di Caponetti torna in questa nuova avventura più frizzante che mai. L'allegria e la gioia di vivere del protagonista si respirano ad ogni pagina e il lettore non può fare a meno di rimanere affascinato dall'antica civiltà etrusca, dalle bellezze paesaggistiche laziali e, neanche a dirlo, dai cavalli e dalla vita genuina.

 

"Venivano da lontano" è il giusto libro se si vuole passare qualche ora in compagnia di un simpatico buongustaio veneziano, capace di far sorridere e assaporare i piaceri della vita.

 

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14 febbraio 2014 5 14 /02 /febbraio /2014 00:32
Libro del mese di febbraio 2014: "La vita sognata di Ernesto G." di Jean-Michel Guenassia

Chi è Ernesto G., l’uomo che, ad un certo punto, compare nel nuovo romanzo di Jean-Michel Guenassia?

Bè! Ve lo possiamo svelare, si tratta di Ernesto Che Guevara. Ma cosa ci fa il Che a Praga nel 1965? Ci va per curarsi? Fatto sta che nella città ceca entra in contatto con Joseph Kaplan, medico di origine ebrea, specializzato in malattie tropicali e innamorato del tango.

Joseph Kaplan vive a lungo, nel 2010 lo vediamo compiere cento anni circondato dai suoi figli; la sua vita è stata piena, vissuta con dignità, affrontando grandissime difficoltà, ma avendo anche importanti soddisfazioni lavorative. Divenuto medico, ancora giovane, accetta un posto da ricercatore all’istituto Pasteur di Algeri, dove conoscerà Christine, l’amore della sua vita. Ma, ad un certo punto, le vicende storiche del secondo dopo guerra lo costringeranno a tornare nella sua Praga alla ricerca di suo padre. Qui vivrà grandi dolori e incontri straordinari.

Vi proponiamo un intervista a Jean-Michel Guenassia, che abbiamo preso dal blog http://giallo.blog.rai.it/2013/10/29/la-vita-sognata-di-ernesto-g/.

Questo romanzo nasconde fin dal titolo un mistero. Chi è Ernesto G?

Ernesto G è Ernesto Che Guevara, figura eroica tra i simboli più importanti del secolo scorso. Facendo ricerche su di lui ho scoperto un secondo mistero: non solo era un medico, attività che condivide con Joseph Kaplan, altro importante personaggio del mio romanzo, ma c’è un buco di quattro mesi nella sua biografia. Si sa che ha trascorso un certo periodo di tempo a Praga, nella primavera del 1965, che era gravemente malato, ma nessuno ha saputo spiegare il motivo del suo soggiorno. Un anno dopo moriva in Bolivia. Ho cercato quindi di capire che cosa può essere successo in quei mesi, di dare una spiegazione plausibile alla sua presenza in Europa. Ho così deciso di farlo incontrare con un medico specializzato in malattie tropicali che aveva il compito di guarirlo, Joseph Kaplan, appunto.

Ci parli un po’ dell’altro protagonista del romanzo, Joseph Kaplan?

Nato a Praga nel 1910 la sua esistenza si svolge lungo tutto il secolo, tanto che giunge a compiere i 100 anni nel 2010 circondato dai figli. Facendo parte di una famiglia di medici non può che seguire la tradizione di famiglia e studiare medicina. Abbraccia gli ideali della sua epoca e si ritrova a girare l’Europa, da Praga a Parigi fino ad approdare in Africa, ad Algeri, dove viene chiamato a lavorare presso l’Istituto Pasteur. Come l’eroe del Processo di Kafka, del quale condivide le iniziali di nome e cognome, vive l’angosciosa esperienza di essere processato e imprigionato nel perverso meccanismo comunista.

Un’altra figura storica che si affaccia nel suo libro è Albert Mathé, che altri non è che Albert Camus.

Sì, ho scoperto che anche Camus si trovava ad Algeri, dove metteva in scena le sue prime pièce presso il ristorante Padovani – che esiste veramente – e fu testimone della terribile peste che colpì la città e che lo ispirò a scrivere la Peste. Lo presento con il suo nome di battaglia (Mathé). Fu tra i primi a valorizzare l’opera di Kafka.

Lei ama i romanzi ricchi di personaggi e dalle trame intense.

Mi piacerebbe scrivere romanzi di 200 pagine, ma proprio non mi riesce. Nel Club degli incorreggibili ottimisti c’erano venti personaggi secondari e anche qui amo seguire la storia di tante figure. Prediligo personaggi dalle vite piene di difficoltà e di difetti. Se fossero felici non avrebbero storie degne di essere raccontate.

Anche le figure femminili hanno un ruolo fondamentale nella sua storia: da Christine a Helena, solo per citarne alcune.

Sì, nel desiderio di raccontare la storia del 1900 non potevo non dare spazio alla lotta del femminismo, nasce cosi la figura di Christine, la donna amata da Joseph, attrice e figura indipendente, battagliera e determinata a lottare per i propri diritti. Femminista convinta, ha un carattere impetuoso che fa da contraltare a quello di Joseph, pacato e riflessivo. Anche Helena, figlia della coppia, sarà protagonista della seconda parte del libro. Si prenderà cura del padre quando la vita li metterà alla prova e vivrà un amore intenso quanto impossibile.

Colonna sonora del romanzo sono i tanghi di Carlos Gardel.

Nel corso delle mie ricerche ho scoperto che, nella realtà, Che Guevara amava la sua musica, passione trasmessagli dalla madre che, quando era piccolo, lo trascinò perfino al suo funerale. Nel romanzo Che Guevara scopre che Kaplan è un ottimo ballerino di tango e ha tutta la collezione dei dischi di Gardel, a partire dalla meravigliosa canzone Volver. Un altro elemento che unisce i due uomini.

Sta già pensando al prossimo romanzo?

In realtà ne ho scritto già gran parte. Non ha ancora un titolo, ma è ambientato tra l’Inghilterra e l’India.

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9 dicembre 2013 1 09 /12 /dicembre /2013 15:58

Shammuramat, o Semiramide, è una figura che, se nominata, verrà probabilmente riconosciuta da pochi. Eppure lei è una delle donne più forti del mondo antico, tanto da diventare pura leggenda. Regina degli Assiri, sembra ci sia stata lei dietro la costruzione dei giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico.

In questo "La regina delle spade di seta", Luca Azzolini ci racconta la giovinezza di questa grande figura, partendo dal momento in cui sua madre la vendette a un tempio, per passare poi a una numerosa serie di prove che ne forgiarono il carattere.
Non ci viene narrato come arrivò al trono del regno, ma attraverso queste pagine quasi di formazione, riusciamo a intuire la forte personalità di questa donna e comprendiamo così come abbia fatto a raggiungere i piani più alti della scala gerarchica.

Una storia che, seppur ambientata in giorni così lontani, può essere vista come spunto per le vita odierna. La giovane Shammuramat, infatti, ci mostra che a volte bisogna seguire il proprio istinto e che è necessario lottare per quello in cui si crede giusto, se si vuole riuscire in qualcosa. Non sempre riscontriamo l'approvazione altrui e, anzi, potrà capitare di finire nei guai proprio per le scelte fatte, ma solo rimanendo fedeli a se stessi si riuscirà a dare un senso alla propria vita.

"La regina delle spade di seta" è proprio questo, la ricostruzione romanzata della giovinezza di una donna che avrebbe molto da insegnarci.

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18 novembre 2013 1 18 /11 /novembre /2013 09:50

Quando un adulto ritorna nei luoghi dove ha vissuto la sua infanzia, risulta piuttosto normale che i ricordi incomincino a riaffiorare e a far rivivere imprese che si credevano dimenticate.
Questo è proprio l'inizio dell'ultimo romanzo di Neil Gaiman, “L'oceano in fondo al sentiero”. La differenza coi ricordi che tutti noi potremmo avere, però, sta nell'elemento fantastico che l'autore inserisce.
Ci si ritrova immersi in un'avventura in cui un protagonista di sette anni risveglia per errore un'antica creatura che si metterà a scompigliare la sua famiglia. Servirà l'aiuto della sua giovane amica e di altre due donne che sembrano streghe, ma forse sono qualcosa di più, per riuscire a salvarsi.

"L'oceano in fondo al sentiero" è stato pubblicizzato come il nuovo romanzo per adulti di Gaiman, dopo che per molto tempo questi si era dedicato a piccoli gioielli della narrativa per ragazzi ("Coraline", "Il ragazzo del cimitero"). Questo è vero solo in parte, perché la storia raccontata in questo libro può essere letta sia dai grandi che dai ragazzi, perché si tratta di una specie di romanzo di formazione. Non una storia di formazione classica: Gaiman racconta e mostra al lettore quel delicato momento della vita in cui il ragazzino protagonista scopre l'età adulta e inizia a vedere i grandi che lo circondano sotto luci diverse. Scopre che il padre può tradire la madre, scopre il potere dei soldi, in parte scopre la sessualità...

"L'oceano in fondo al sentiero" è quindi un breve, godibilissimo romanzo dedicato a un momento di passaggio, di transizione, che forse si tende poi a dimenticare. Proprio come il protagonista aveva dimenticato quelle avventure, quei personaggi che prendono vita tra queste pagine.
 

Se si sta cercando di recuperare certi ricordi, e lo si vuole fare aggiungendo un pizzico di magia (che in verità, forse, è più un intervento divino), questo libro potrebbe essere la lettura ideale.

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2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 23:18
Libro del mese di novembre 2013: "La moglie" di Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri conferma, con questo romanzo, il suo impareggiabile talento e la piena maturità creativa.

E’ un’opera letteraria che riesce, lentamente, a depositare nell’intimo del lettore le magnifiche e complesse vicende narrate come i personaggi nella loro immacolata trasparenza e travolgente passione.

L’autrice racconta una storia intricata e credibile che si scolpisce nella materia solida dei sentimenti e dei ricordi facendo de “La moglie” un libro indimenticabile.

Subhash e Udayan sono fratelli e sono nati in un sobborgo di Calcutta nei tormentati anni dell’indipendenza indiana. Fisicamente si assomigliano tantissimo e spesso, anche chi è loro più vicino, li confonde, ma sono diversissimi per inclinazioni, carattere e aspirazioni.

Il maggiore, Sudhash, è silenzioso e riflessivo e cerca di compiacere i genitori, mentre il minore, Udayan, è ribelle ed esuberante. Entrambi sono intelligenti e creativi ed esiste tra loro un fortissimo legame.

Sul finire degli anni settanta, quando sono oramai laureati, nelle università bengalesi si diffonde la rivolta a difesa delle millenarie ingiustizie subite dai contadini. Ecco che le vite dei due fratelli si separano.

Subhash vince una borsa di studio negli Stati Uniti, lascia la famiglia e la sua terra mentre Udayan rimane a Calcutta, si getta anima e corpo nella lotta rivoluzionaria e contravvenendo alle tradizioni sposa, senza il consenso dei genitori, Gauri, una giovane studentessa di filosofia.

Ma ecco che la tragedia irrompe improvvisa e distruttiva. La vita cambia e costringe Subhash a tornare a Calcutta per prendersi cura di Gauri, la moglie indipendente e forte del fratello che porta in grembo una bimba alla quale farà da padre.

Jhumpa Lahiri descrive con straordinaria limpidezza l’universo dei sentimenti nella loro complessità, capacità di lacerazione e dolore come di rivincita e ricomposizione.

Insomma, come lo ha definito Khaled Hosseini, un romanzo bellissimo.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra. ed è cresciuta negli stati Uniti. Sua  madre desiderava che i suoi figli conoscessero l'India, così Jhumpa ha imparato a conoscere il suo patrimonio bengalese dalla più tenera età. Jhumpa si laurea in letteratura inglese al Barnard College nel 1989. Ha poi ricevuto diverse lauree dell'Università di Boston: un M.A. in inglese, un master in scrittura creativa, un M.A. in letteratura comparata e un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali. Prese una borsa di studio all'Accademia di Belle Arti Work Center di Provincetown (1997-1998). Nel 2000 vince il Premio Pulitzer.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra. ed è cresciuta negli stati Uniti. Sua madre desiderava che i suoi figli conoscessero l'India, così Jhumpa ha imparato a conoscere il suo patrimonio bengalese dalla più tenera età. Jhumpa si laurea in letteratura inglese al Barnard College nel 1989. Ha poi ricevuto diverse lauree dell'Università di Boston: un M.A. in inglese, un master in scrittura creativa, un M.A. in letteratura comparata e un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali. Prese una borsa di studio all'Accademia di Belle Arti Work Center di Provincetown (1997-1998). Nel 2000 vince il Premio Pulitzer.

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31 ottobre 2013 4 31 /10 /ottobre /2013 08:53

Il bello dei libri è che possono raccontare storie comuni e già sentite mille volte in modi molto diversi tra loro, anche originali e bizzarri, facendoci così vedere il mondo con uno sguardo completamente nuovo.
Boris Vian e il suo "La schiuma dei giorni" ne sono un perfetto esempio.

 

Se la si riassumesse in poche parole, infatti, la trama di questo romanzo suonerebbe come una storia d'amore, in cui il protagonista s'innamora di una bella ragazza, si sposa, ma poi il destino mostra il suo lato più buio e ti mette davanti alla sofferenza e alla malattia, che  distruggono tutto ciò che c'è di bello.
Nonostante racconti la difficoltà del vivere, la narrazione di Vian è un qualcosa di frizzante, irrequieto, pieno  di trovate originali, di giochi di parole, di idee fantasiose... e il mondo si trasforma sotto lo sguardo del lettore.
Ecco quindi che il protagonista non è un semplice protagonista, ma quasi una specie di inventore che ha costruito un pianoforte che fa i cocktail e, nella sua casa, ci sono dei simpatici topini con cui condividere gli affetti. In questo libro l'amore è una cosa così d'impatto che è impossibile non rimanerne vittima, nel bene e nel male, e quello che potrebbe essere un tumore alle vie respiratorie si trasforma in una ninfea che cresce nei polmoni e che necessita di essere circondata da una miriade di fiori per poter scomparire.
Insomma, la realtà diventa una sorta di paese delle meraviglie dove si tenta di imparare qualcosa di più sull'amore, ma anche sui rapporti interpersonali, sulle ossessioni e sul mondo che ci circonda. Non esistono limiti all'immaginazione e le pagine sprizzano immagini colorate ad ogni riga. Eppure, anche in tutto questo colore, la realtà è estremamente presente, a dimostrazione che la letteratura non si pone limiti nel raccontare l’uomo e checerte trovate fungono solo da lente di ingrandimento, giusto per vedere un po' meglio ciò che siamo e ciò che proviamo.

 

Il trailer del film tratto da questo romanzo:

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