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29 gennaio 2014 3 29 /01 /gennaio /2014 21:51
A spasso con i buoni pensieri di Mariella Lunardi: gennaio 2014

lImmagino un bambino a scuola. Seduto al suo banco. La lavagna, Lim o di ardesia, punto focale della sua attenzione. La cattedra lì vicino, come una nave ammiraglia da dove l’insegnante gli apre un mondo nuovo.

Immagino quel bambino, soprattutto se è di prima, che si interroga e si chiede dove sia finito, che spazio stia occupando, che nome dare a questo spazio.

Il nome di questo spazio è scuola. Il sinonimo di scuola è casa. La casa dei saperi, il luogo dell’incontro dove il tempo si congiunge alla conoscenza, all’interno di una relazione viva, costruttiva tra il bimbo, l’insegnante, i nuovi compagni.

Ecco cos’è la scuola: una casa!

Le case hanno regole: si accudiscono, si tengono pulite, si trattano con cura perché sono il nostro nido, dove rifugiarsi alla fine di una lunga giornata, dove sperimentare l’affettività familiare. La stessa cosa dovrebbe rappresentare la scuola e lo stesso trattamento si dovrebbe riservare a questo ambiente. La scuola ha regole come la casa, la scuola è il rifugio dall’ignoranza, è alternativa alla solitudine, è il terreno dove si sperimenta la convivenza, imparando.

La scuola allora diventa il “luogo” per eccellenza del bambino, di ogni bambino, perché l’istruzione non è un fatto privato, riservato a pochi. È una realtà pubblica a beneficio di tutti. La scuola ci appartiene, è un bene pubblico.

Abbiamo dimenticato proprio questo:i beni pubblici ci appartengono. Sono nostri. Lo abbiamo dimenticato perché attraversiamo le nostre città, spesso d’arte, imbrattandole, sporcandole, privi di cura. Non capiamo che la cosa pubblica è sì di ogni cittadino, ma principalmente è nostra. “Mia”. Se ricordassimo questo, sicuramente tratteremmo strade, muri case, statue, scuole…con meno indifferenza, più rispetto e forse ne riconosceremmo il valore. Se avessimo chiara questa nostra “proprietà sociale”, ci muoveremmo con lo stesso rispetto con cui viviamo a casa nostra.

Io penso che dovremmo comportarci con questa cura anche a scuola. Si dovrebbe insegnare ai bambini che loro abitano la “casa dei saperi”, la loro seconda casa (in tempo speso giornalmente) e per questo motivo a scuola dovrebbero adottare tutti quei comportamenti corretti e rispettosi che utilizzano nella loro abitazione.

Se genitori e insegnanti, uniti da una sana complicità educativa, chiedessero compatti questi atteggiamenti ai bambini, non ci sarebbero banchi feriti da scritte, scrostati volutamente, imbrattati e imbruttiti da gomme da masticare. I muri non sarebbero inutilmente segnati e le carte non finirebbero in terra, ma nei cestini.

Abbiamo la fortuna di possedere molto, senza accorgercene. Noi non abitiamo solamente le scuole, ma anche i nostri giardini pubblici, le nostre città, i mari, le montagne, i boschi….

Abitiamo il nostro territorio, che ci appartiene.

Talvolta occupiamo il nostro pianeta come se fossimo stranieri. Tutto ciò che è pubblico, e di conseguenza anche nostro, viene deturpato dalla nostra incuria, solo perché ci dimentichiamo che diamo cittadini, cittadini del mondo.

Insegniamo da subito ai nostri figli una buona qualità di vita!

Mariella Lunardi

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7 gennaio 2014 2 07 /01 /gennaio /2014 14:59

Abbiamo scelto come primo libro del mese di quest’anno “La Famiglia Karnowski”, ultimo romanzo di Israel Yoshua Singer, fratello maggiore del premio Nobel Isaac B. Singer. Questo romanzo fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1943 e oggi viene pubblicato in Italia dalla casa editrice Adelphi.

 

Come era accaduto per un altro romanzo di Israel, “I fratelli Askenazi, anche qui l’autore pone al centro della narrazione la famiglia: attraverso tre generazioni di Karnowski a Singer preme raccontare quanto sia difficile per un ebreo, polacco per giunta, essere accettato in una società come quella tedesca degli inizi del novecento e quanto diventi poi impossibile vivere nella Germania nazionalsocialista.

David Karnowski decide di abbandonare lo shtetl nativo per la grande Berlino, dove sceglierà di parlare tedesco abbandonando l'yiddish e dove farà di tutto per entrare a far parte dell’elite ebraica della città.

Non è certo facile mantenere la propria identità ebraica in un mondo tanto ostile, anche se David, pur essendo “ebreo in casa e tedesco nel mondo”, si manterrà fedele alle sue radici e alle tradizioni della sua religione. Il figlio Georg invece sceglierà di vivere diversamente, diventerà medico, vedrà le atrocità della guerra e sposerà una donna cristiana. Che delusione per David! Tanto lavoro, tanti soldi investiti su questo figlio e Georg lo delude di continuo; ma a rinnegare l’identità ebraica e tutto ciò che essa rappresenta sarà Jegor, il figlio di Georg.

Anche il paese che i Karnowski hanno scelto li tradirà; la Germania, con l’avvento di Hitler e delle leggi razziali, non è più un posto sicuro e ai Karnowski non resta che andarsene nella ricca America, dove essere ebreo è forse meno difficile.

Il destino di Israel Joshua Singer, fratello maggiore del celebre Isaac Bashevis, è stato insidioso né più né meno di quello comune a tanti altri primogeniti del popolo ebraico, platealmente surclassati dai cadetti. È successo, tra i tanti, anche al goffo Esaù fregato dall’astuto Giacobbe (con la complicità di Rebecca, alla faccia dell’amor materno e della sua presunta imparzialità). Nato nel 1893, undici anni prima del futuro premio Nobel per la letteratura nonché impareggiabile cantore dello scomparso mondo yiddish, Israel Joshua ebbe una vita per certi versi parallela a quella del talentuoso fratello. Attratto in gioventù dalla pittura, poco dopo i vent’anni si convertì ad altra forma d’arte e cominciò con lo scrivere racconti di stampo chassidico. Dopo aver peregrinato tra la campagna polacca, Varsavia e Kiev, nel 1933 Israel Joshua emigrò in America. Qui ha scritto davvero tanto, anche se la sua produzione è stata condannata all’ombra: romanzi, racconti, molto giornalismo in yiddish, sotto lo pseudonimo di G. Kuper, fors’anche per sfuggire alla concorrenza fraterna. Del resto, la sua autobiografia uscita postuma nel 1946, Fun a Velt Vos Iz Nishto Mer («Da un mondo che non c’è più»), è un ritratto collettivo che, per precisione narrativa e struggimento della memoria, tiene egregiamente testa ai racconti di Alla corte di mio padre (pubblicati in Italia da Longanesi, come gran parte dell’opera singeriana).

Il destino di Israel Joshua Singer, fratello maggiore del celebre Isaac Bashevis, è stato insidioso né più né meno di quello comune a tanti altri primogeniti del popolo ebraico, platealmente surclassati dai cadetti. È successo, tra i tanti, anche al goffo Esaù fregato dall’astuto Giacobbe (con la complicità di Rebecca, alla faccia dell’amor materno e della sua presunta imparzialità). Nato nel 1893, undici anni prima del futuro premio Nobel per la letteratura nonché impareggiabile cantore dello scomparso mondo yiddish, Israel Joshua ebbe una vita per certi versi parallela a quella del talentuoso fratello. Attratto in gioventù dalla pittura, poco dopo i vent’anni si convertì ad altra forma d’arte e cominciò con lo scrivere racconti di stampo chassidico. Dopo aver peregrinato tra la campagna polacca, Varsavia e Kiev, nel 1933 Israel Joshua emigrò in America. Qui ha scritto davvero tanto, anche se la sua produzione è stata condannata all’ombra: romanzi, racconti, molto giornalismo in yiddish, sotto lo pseudonimo di G. Kuper, fors’anche per sfuggire alla concorrenza fraterna. Del resto, la sua autobiografia uscita postuma nel 1946, Fun a Velt Vos Iz Nishto Mer («Da un mondo che non c’è più»), è un ritratto collettivo che, per precisione narrativa e struggimento della memoria, tiene egregiamente testa ai racconti di Alla corte di mio padre (pubblicati in Italia da Longanesi, come gran parte dell’opera singeriana).

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9 dicembre 2013 1 09 /12 /dicembre /2013 15:58

Shammuramat, o Semiramide, è una figura che, se nominata, verrà probabilmente riconosciuta da pochi. Eppure lei è una delle donne più forti del mondo antico, tanto da diventare pura leggenda. Regina degli Assiri, sembra ci sia stata lei dietro la costruzione dei giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico.

In questo "La regina delle spade di seta", Luca Azzolini ci racconta la giovinezza di questa grande figura, partendo dal momento in cui sua madre la vendette a un tempio, per passare poi a una numerosa serie di prove che ne forgiarono il carattere.
Non ci viene narrato come arrivò al trono del regno, ma attraverso queste pagine quasi di formazione, riusciamo a intuire la forte personalità di questa donna e comprendiamo così come abbia fatto a raggiungere i piani più alti della scala gerarchica.

Una storia che, seppur ambientata in giorni così lontani, può essere vista come spunto per le vita odierna. La giovane Shammuramat, infatti, ci mostra che a volte bisogna seguire il proprio istinto e che è necessario lottare per quello in cui si crede giusto, se si vuole riuscire in qualcosa. Non sempre riscontriamo l'approvazione altrui e, anzi, potrà capitare di finire nei guai proprio per le scelte fatte, ma solo rimanendo fedeli a se stessi si riuscirà a dare un senso alla propria vita.

"La regina delle spade di seta" è proprio questo, la ricostruzione romanzata della giovinezza di una donna che avrebbe molto da insegnarci.

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19 novembre 2013 2 19 /11 /novembre /2013 22:50

Via XX Settembre si trova poco lontano dal teatro Politeama, nel cuore di Palermo: è qui che nel 1958, lasciata Agrigento, viene a vivere la famiglia Agnello. Simonetta ha tredici anni, sta per entrare al ginnasio - il trasferimento è stato deciso per offrire a lei e alla sorella Chiara una vita più stimolante. A Palermo si instaura un nuovo equilibrio familiare - il padre è spesso assente per seguire la campagna, ritmi e abitudini sono dettati con ferrea dolcezza dalla madre. A ribadire la continuità col passato, il piccolo mondo fatto di zii, cugini, persone di casa, amici, parenti. Sullo sfondo, ma in realtà protagonista, una città in cui alle ferite della guerra si stanno aggiungendo quelle, persino più devastanti, della speculazione edilizia. Fastosa e miserabile, Palermo seduce Simonetta: la stordisce di bellezza e di profumi, la ingolosisce con le fisionomie impassibili dei pupi di zucchero e l'oro croccante delle panelle. Nondimeno si insinua la percezione di un degrado sempre più evidente. La città le si rivela mentre lei si rivela a se stessa, attraverso un mondo muliebre vivissimo, attraverso l'amore per i libri, attraverso i primi barlumi di una coscienza civica e politica. Imboccata via XX Settembre, la formazione si consuma dentro un taglio prospettico che va oltre Palermo e la Sicilia: l'incombere del distacco che porta Simonetta in Inghilterra lascia intravedere una nuova maturità, una nuova esistenza.

Nata e cresciuta a Palermo, Simonetta Agnello Hornby ha sposato un inglese dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1967. Da allora ha vissuto all’estero, dapprima negli Usa e in Zambia e poi, dal 1970, a Londra. Nel 1979 ha fondato Hornby and Levy, uno studio legale nel quartiere di immigrati di Brixton che ben presto si è specializzato nel diritto di famiglia e dei minori. Hornby and Levy è stato il primo studio d’Inghilterra a creare un settore riservato ai casi di violenza all’interno della famiglia. La maggior parte dei clienti dello studio è caraibica o nera, e nel 1997 Hornby and Levy ha pubblicato in un libro, The Caribbean Children’s Law Project, il risultato della ricerca sui diritti dei minori e sulle strutture per i minori condotta da quattro membri dello studio legale in Giamaica, Trinidad, Barbados e Guyana. È tuttora l’unico lavoro del genere al mondo. Simonetta Agnello Hornby ha insegnato diritto dei minori all’Università di Leicester e per otto anni è stata presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal. Nel 2000 ha iniziato a scrivere romanzi e ha pubblicato con Feltrinelli La Mennulara (2002), La zia marchesa (2004), Boccamurata (2007), Vento scomposto (2009), La monaca (2010), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati, 2012) e Il veleno dell’oleandro (2013); ha pubblicato inoltre Camera oscura (Skira, 2010), Un filo d’olio (Sellerio, 2011) e La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello; Slow Food, 2012). Tutti i suoi libri sono stati bestseller e sono stati tradotti in molte lingue. Dal 2008 Simonetta Agnello Hornby, pur continuando a esercitare l’attività di avvocato, si dedica principalmente alla scrittura. Dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence, attiva in Italia attraverso l’affiliata EDV Italy.

Nata e cresciuta a Palermo, Simonetta Agnello Hornby ha sposato un inglese dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1967. Da allora ha vissuto all’estero, dapprima negli Usa e in Zambia e poi, dal 1970, a Londra. Nel 1979 ha fondato Hornby and Levy, uno studio legale nel quartiere di immigrati di Brixton che ben presto si è specializzato nel diritto di famiglia e dei minori. Hornby and Levy è stato il primo studio d’Inghilterra a creare un settore riservato ai casi di violenza all’interno della famiglia. La maggior parte dei clienti dello studio è caraibica o nera, e nel 1997 Hornby and Levy ha pubblicato in un libro, The Caribbean Children’s Law Project, il risultato della ricerca sui diritti dei minori e sulle strutture per i minori condotta da quattro membri dello studio legale in Giamaica, Trinidad, Barbados e Guyana. È tuttora l’unico lavoro del genere al mondo. Simonetta Agnello Hornby ha insegnato diritto dei minori all’Università di Leicester e per otto anni è stata presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal. Nel 2000 ha iniziato a scrivere romanzi e ha pubblicato con Feltrinelli La Mennulara (2002), La zia marchesa (2004), Boccamurata (2007), Vento scomposto (2009), La monaca (2010), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati, 2012) e Il veleno dell’oleandro (2013); ha pubblicato inoltre Camera oscura (Skira, 2010), Un filo d’olio (Sellerio, 2011) e La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello; Slow Food, 2012). Tutti i suoi libri sono stati bestseller e sono stati tradotti in molte lingue. Dal 2008 Simonetta Agnello Hornby, pur continuando a esercitare l’attività di avvocato, si dedica principalmente alla scrittura. Dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence, attiva in Italia attraverso l’affiliata EDV Italy.

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19 novembre 2013 2 19 /11 /novembre /2013 22:36

Da anni la siccità non lascia tregua. Nessuna goccia di pioggia ammorbidisce il terreno secco della mitica Jolof, terra africana densa di racconti e incrocio di popoli. Poco più che ragazzino, Amed si vede affidare una missione importante: dovrà partire per l'Occidente alla ricerca del tamburo magico, capace di invocare la pioggia e interrompere l'arsura. Il cielo non lascia altra speranza, ma Amed non è il primo a partire: un gruppo di giovani ha tentato l'impresa e non ha mai fatto ritorno. Tra Francia e Italia, tra momenti spassosi e altri di intensa drammaticità, questa vicenda si legherà a doppio filo ai problemi della convivenza tra popoli diversi, fino a costituire una vera e propria fiaba di riconciliazione

 

 

 

 

Mohamed Ba (1963) è nato a Dakar. Trasferitosi in Europa, prima di arrivare in Italia ha vissuto in Francia, dove ha pubblicato il romanzo Parole de nègre. Autore e interprete per il teatro, ha messo in scena, tra gli altri, Parole fuori luogo, B-Sogni, Negritudine, Canto dello spirito, Invisibili e Sono incazzato bianco. Ha collaborato con numerose associazioni impegnandosi nella diffusione, anche nelle scuole, dei valori dell’intercultura.

Mohamed Ba (1963) è nato a Dakar. Trasferitosi in Europa, prima di arrivare in Italia ha vissuto in Francia, dove ha pubblicato il romanzo Parole de nègre. Autore e interprete per il teatro, ha messo in scena, tra gli altri, Parole fuori luogo, B-Sogni, Negritudine, Canto dello spirito, Invisibili e Sono incazzato bianco. Ha collaborato con numerose associazioni impegnandosi nella diffusione, anche nelle scuole, dei valori dell’intercultura.

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18 novembre 2013 1 18 /11 /novembre /2013 09:50

Quando un adulto ritorna nei luoghi dove ha vissuto la sua infanzia, risulta piuttosto normale che i ricordi incomincino a riaffiorare e a far rivivere imprese che si credevano dimenticate.
Questo è proprio l'inizio dell'ultimo romanzo di Neil Gaiman, “L'oceano in fondo al sentiero”. La differenza coi ricordi che tutti noi potremmo avere, però, sta nell'elemento fantastico che l'autore inserisce.
Ci si ritrova immersi in un'avventura in cui un protagonista di sette anni risveglia per errore un'antica creatura che si metterà a scompigliare la sua famiglia. Servirà l'aiuto della sua giovane amica e di altre due donne che sembrano streghe, ma forse sono qualcosa di più, per riuscire a salvarsi.

"L'oceano in fondo al sentiero" è stato pubblicizzato come il nuovo romanzo per adulti di Gaiman, dopo che per molto tempo questi si era dedicato a piccoli gioielli della narrativa per ragazzi ("Coraline", "Il ragazzo del cimitero"). Questo è vero solo in parte, perché la storia raccontata in questo libro può essere letta sia dai grandi che dai ragazzi, perché si tratta di una specie di romanzo di formazione. Non una storia di formazione classica: Gaiman racconta e mostra al lettore quel delicato momento della vita in cui il ragazzino protagonista scopre l'età adulta e inizia a vedere i grandi che lo circondano sotto luci diverse. Scopre che il padre può tradire la madre, scopre il potere dei soldi, in parte scopre la sessualità...

"L'oceano in fondo al sentiero" è quindi un breve, godibilissimo romanzo dedicato a un momento di passaggio, di transizione, che forse si tende poi a dimenticare. Proprio come il protagonista aveva dimenticato quelle avventure, quei personaggi che prendono vita tra queste pagine.
 

Se si sta cercando di recuperare certi ricordi, e lo si vuole fare aggiungendo un pizzico di magia (che in verità, forse, è più un intervento divino), questo libro potrebbe essere la lettura ideale.

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14 novembre 2013 4 14 /11 /novembre /2013 22:28
A spasso con i buoni pensieri di Mariella Lunardi. novembre 2013

Noi siamo quello che mangiamo. Ce lo dicono i nutrizionisti ad ogni occasione e credo che nessuno abbia più dubbi in proposito. La nostra alimentazione è fondamentale per la nostra salute. La scelta dei cibi che mangiamo condiziona il nostro benessere fisico. Siamo appunto quello che mangiamo. Se l’alimento non è sano, contaminato in qualche modo, le sostanze contamineranno anche noi e, nel tempo, la nostra salute ne risentirà. Da qui, sempre più diffusa e consapevole, diventa la cura con cui noi scegliamo il cibo. Non siamo più disposti a “mandar giù” di tutto. Abbiamo capito che ciò che ingoiamo di giorno in giorno influenzerà la nostra vita.

Ebbene, questo atteggiamento così saggio, così importante per noi, non viene adottato quando parliamo della nostra interiorità. Lì non ci preoccupiamo di quello che quotidianamente ingeriamo in parole, linguaggi, immagini, stili di vita, modi di dire, abitudini. Siamo indifferenti a quanto somministriamo alla nostra interiorità, non ce ne curiamo.

Come adulti noi siamo liberi di scegliere quello che vogliamo, senza costrizioni da parte di nessuno. Ma quando entrano in ballo i nostri figli siamo chiamati a riflettere con molta più attenzione sulle nostre scelte.

L’universo di un bambino è tutto da impostare, da costruire, si sta formando. La sua interiorità (e qui ognuno di voi dia l’interpretazione che desidera a questo termine così “pieno” di significato) è un fiore delicato che sta crescendo, sta maturando. Ha bisogno di accudimento e di concime. Allora diventa fondamentale avere cura di quello che noi proponiamo in termini di interiorità.

Siamo anche quello che quotidianamente, ripetutamente, giorno dopo giorno, vediamo e sentiamo. Gli stimoli comunicativi dettati da parole e immagini non possono essere ignorati.

Ecco allora che il genitore deve diventare vigile. Si deve chiedere in tutta onestà se il linguaggio che usa, le trasmissioni che mostra al figlio, le immagini che gli fa vedere siano il “cibo” che desidera per la sua creatura. Deve aver chiaro che sicuramente incide nella persona quello che quotidianamente e ripetutamente si vede e si sente.

Voglio portare alcuni semplici esempi, giusto per muovermi nel concreto.

Desidero che mio figlio cresca rispettoso, ma lo lascio serenamente guardare trasmissioni in cui l’insulto e la prepotenza sono alla base della comunicazione. Chi urla di più, chi usa di più la violenza e la prepotenza verbale emerge come vincente. Diventa quindi un modello, valorizzato dai media e perciò applicabile.

Anche il nostro linguaggio domestico è spesso colorito. Comunemente una parolaccia viene vista come un intercalare normale e si assottiglia sempre più la linea di demarcazione tra ciò che è rispettoso dell’altro e ciò che non lo è. Purtroppo l’uso di un certo linguaggio incide sull’idea di rispetto che si vuole insegnare: rispetto per la persona, per la sua fisicità, i suoi pensieri, la sua cultura, le sue origini…. Rispettare non significa condividere aspetti che non sono nostri, che non ci appartengono. Si può (e in certi casi si deve) dissentire da ciò che non si approva, ma lo si può fare appunto nel rispetto dell’altro.

Il rispetto si oppone alla violenza verbale o fisica, il rispetto non ospita mai la volgarità.

C’è un altro canale utilizzato dai bambini che alimenta non sempre nel modo corretto la loro interiorità. Parlo dei videogiochi e più precisamente della dipendenza da videogiochi, che si manifesta nel desiderio di passare ore e ore davanti al piccolo schermo. Sia chiaro che non sto demonizzando questo tipo di gioco, è mia intenzione far riflettere sul fatto che quando si consegna nelle mani di un piccolo un videogioco difficilmente ci si cura del suo contenuto comunicativo per poter essere in grado di approvarlo o meno. Non ci si preoccupa, inoltre, del tempo che il figlio passa al videogioco, pensando che esso sia un passatempo innocuo, ma non sempre è così, se non vengono rispettate alcune condizioni: visione del contenuto, tempo limitato di utilizzo.

In alcune situazioni, attraverso il videogioco esasperato consegniamo i nostri figli alla violenza e non ce ne rendiamo conto. Con una pistola virtuale i bimbi passano un tempo interminabile a sparare ad un nemico, ad un mondo di nemici da cui si deve difendere. In alcuni casi, se ci pensate, i bambini sono lasciati a questo gioco per ore, ora dopo ora. Il valore della vita si fa effimero, virtuale appunto, quasi inesistente. Per prima cosa viene tolta la sacralità all’esistenza, questa idea di inviolabilità che diventa anche una tutela per tutti. Questo concetto viene frantumato dall’obiettivo stesso del gioco, simile per altro ai giochi maschili fatti da sempre. Ma qui ci sono due elementi che vanno considerati: la solitudine con cui si gioca, il tempo (lungo) in cui il gioco diventa la realtà vissuta dal bambino. Finzione e realtà si mescolano, il confine si fa sottile e non è un caso che le cronache riportino di ragazzini che hanno impugnato un fucile e per i motivi più svariati hanno fatto stragi di innocenti. È stato dato loro cibo sbagliato per la loro interiorità, in misure sbagliate.

La vita reale non è un videogioco, la morte è un evento tragico accompagnato dalla sofferenza. Se un bambino percepisce questo della morte, facilmente, per contrapposizione, assimilerà il valore reale della vita e altrettanto facilmente ne avrà rispetto.

Torna il concetto di rispetto, così importante se si vuole educare i nostri figli alla convivenza con gli altri, ma prima ancora alla convivenza con se stessi.

Il rispetto è un valore e i valori sono i paletti che puntellano la nostra vita interiore.

Allora con attenzione scegliamo non solo cosa cucineremo per cena oggi, ma anche che tipo di cibo daremo in termini di interiorità ai nostri ragazzi, ricordandoci che quanto loro sentono o vedono, nel tempo si trasforma in cibo.

Buona scelta, buona qualità di vita con i vostri bambini.

Mariella Lunardi

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5 novembre 2013 2 05 /11 /novembre /2013 14:33
Storie di Arte: Francesco Mezzalira presenta "Le immagini degli animali tra scienza, arte e simbolismo"

Il libro indaga lo straordinario potere evocativo delle rappresentazioni degli animali, analizzando molti esempi tra i più significativi, dalla preistoria ai giorni nostri. È una monografia interdisciplinare sulla storia delle immagini, che spazia dall'ambito della mitologia a quello della scienza, dall'analisi estetica all'interpretazione simbolica. È anche il primo libro di zooiconologia: si propone di delineare oggetto, obiettivi e metodo di una scienza delle immagini zoologiche, intese come documenti del rapporto tra l'uomo e gli animali. Il testo è accompagnato da 132 illustrazioni in nero e da 16 tavole a colori.

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2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 23:18
Libro del mese di novembre 2013: "La moglie" di Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri conferma, con questo romanzo, il suo impareggiabile talento e la piena maturità creativa.

E’ un’opera letteraria che riesce, lentamente, a depositare nell’intimo del lettore le magnifiche e complesse vicende narrate come i personaggi nella loro immacolata trasparenza e travolgente passione.

L’autrice racconta una storia intricata e credibile che si scolpisce nella materia solida dei sentimenti e dei ricordi facendo de “La moglie” un libro indimenticabile.

Subhash e Udayan sono fratelli e sono nati in un sobborgo di Calcutta nei tormentati anni dell’indipendenza indiana. Fisicamente si assomigliano tantissimo e spesso, anche chi è loro più vicino, li confonde, ma sono diversissimi per inclinazioni, carattere e aspirazioni.

Il maggiore, Sudhash, è silenzioso e riflessivo e cerca di compiacere i genitori, mentre il minore, Udayan, è ribelle ed esuberante. Entrambi sono intelligenti e creativi ed esiste tra loro un fortissimo legame.

Sul finire degli anni settanta, quando sono oramai laureati, nelle università bengalesi si diffonde la rivolta a difesa delle millenarie ingiustizie subite dai contadini. Ecco che le vite dei due fratelli si separano.

Subhash vince una borsa di studio negli Stati Uniti, lascia la famiglia e la sua terra mentre Udayan rimane a Calcutta, si getta anima e corpo nella lotta rivoluzionaria e contravvenendo alle tradizioni sposa, senza il consenso dei genitori, Gauri, una giovane studentessa di filosofia.

Ma ecco che la tragedia irrompe improvvisa e distruttiva. La vita cambia e costringe Subhash a tornare a Calcutta per prendersi cura di Gauri, la moglie indipendente e forte del fratello che porta in grembo una bimba alla quale farà da padre.

Jhumpa Lahiri descrive con straordinaria limpidezza l’universo dei sentimenti nella loro complessità, capacità di lacerazione e dolore come di rivincita e ricomposizione.

Insomma, come lo ha definito Khaled Hosseini, un romanzo bellissimo.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra. ed è cresciuta negli stati Uniti. Sua  madre desiderava che i suoi figli conoscessero l'India, così Jhumpa ha imparato a conoscere il suo patrimonio bengalese dalla più tenera età. Jhumpa si laurea in letteratura inglese al Barnard College nel 1989. Ha poi ricevuto diverse lauree dell'Università di Boston: un M.A. in inglese, un master in scrittura creativa, un M.A. in letteratura comparata e un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali. Prese una borsa di studio all'Accademia di Belle Arti Work Center di Provincetown (1997-1998). Nel 2000 vince il Premio Pulitzer.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra. ed è cresciuta negli stati Uniti. Sua madre desiderava che i suoi figli conoscessero l'India, così Jhumpa ha imparato a conoscere il suo patrimonio bengalese dalla più tenera età. Jhumpa si laurea in letteratura inglese al Barnard College nel 1989. Ha poi ricevuto diverse lauree dell'Università di Boston: un M.A. in inglese, un master in scrittura creativa, un M.A. in letteratura comparata e un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali. Prese una borsa di studio all'Accademia di Belle Arti Work Center di Provincetown (1997-1998). Nel 2000 vince il Premio Pulitzer.

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31 ottobre 2013 4 31 /10 /ottobre /2013 08:53

Il bello dei libri è che possono raccontare storie comuni e già sentite mille volte in modi molto diversi tra loro, anche originali e bizzarri, facendoci così vedere il mondo con uno sguardo completamente nuovo.
Boris Vian e il suo "La schiuma dei giorni" ne sono un perfetto esempio.

 

Se la si riassumesse in poche parole, infatti, la trama di questo romanzo suonerebbe come una storia d'amore, in cui il protagonista s'innamora di una bella ragazza, si sposa, ma poi il destino mostra il suo lato più buio e ti mette davanti alla sofferenza e alla malattia, che  distruggono tutto ciò che c'è di bello.
Nonostante racconti la difficoltà del vivere, la narrazione di Vian è un qualcosa di frizzante, irrequieto, pieno  di trovate originali, di giochi di parole, di idee fantasiose... e il mondo si trasforma sotto lo sguardo del lettore.
Ecco quindi che il protagonista non è un semplice protagonista, ma quasi una specie di inventore che ha costruito un pianoforte che fa i cocktail e, nella sua casa, ci sono dei simpatici topini con cui condividere gli affetti. In questo libro l'amore è una cosa così d'impatto che è impossibile non rimanerne vittima, nel bene e nel male, e quello che potrebbe essere un tumore alle vie respiratorie si trasforma in una ninfea che cresce nei polmoni e che necessita di essere circondata da una miriade di fiori per poter scomparire.
Insomma, la realtà diventa una sorta di paese delle meraviglie dove si tenta di imparare qualcosa di più sull'amore, ma anche sui rapporti interpersonali, sulle ossessioni e sul mondo che ci circonda. Non esistono limiti all'immaginazione e le pagine sprizzano immagini colorate ad ogni riga. Eppure, anche in tutto questo colore, la realtà è estremamente presente, a dimostrazione che la letteratura non si pone limiti nel raccontare l’uomo e checerte trovate fungono solo da lente di ingrandimento, giusto per vedere un po' meglio ciò che siamo e ciò che proviamo.

 

Il trailer del film tratto da questo romanzo:

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