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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 22:45
“Indio”, il nuovo libro di Franco Perlotto (edizione Alpine Studio),  è una storia che trae spunto da fatti realmente accaduti, con il sapore della spy story. Una narrazione rimasta nel cassetto dell’autore, notissimo agli appassionati della letteratura di montagna e di viaggio, per quasi trent’anni e che nasce dall’incontro-scontro di Perlotto con il protagonista di queste pagine – Urimàn appunto. L’autore non vuole svelare quanto ci sia di proiezione propria e quanto ci sia di realmente esistito nel suo personaggio.  A leggere osserviamo che: era il 1985 ad Esmeralda, no man’s land, terra desolata e abitata solo da zanzare, dove svetta il monte Duida, la Montagna del Diavolo, meta di Perlotto che voleva visitarne ancora una volta gli anfratti rocciosi: un Urimàn – invecchiato, stanco e solitario – fa dono della sua strabiliante e avvincente storia ad un giovane connazionale che, con uno straordinario bagaglio di conoscenza, di storia, geografia e politica locale sa interpretarne silenzi e parole.  La forma romanzo ovviamente aiuta: a fare esplodere la vicenda, a dare colore, a regalarla ad un tempo eterno, quello del mito. Romanzo a più piani e con mille snodi, “Indio” conduce poi il lettore dall’Amazzonia alle Piccole Dolomiti per ripercorrere i passi della storia italiana di Gramolòn: un figlio perso sulle montagne, un uomo capace di un amore mai inverato, vittima del dolore di una ferita che non ha mai potuto rimarginarsi.  C’è il verde della Gran Sabana, gli animali selvaggi, i mille colori delle cascate, il rumore dell’acqua che s’infrange sulle rocce, il profumo dei fiori, l’afa, i moscerini, la natura respingente che è il vero scenario variegato di questo romanzo. La rivoluzione nella quale Gramolòn si era arruolato e nemmeno “la nazione indigena dell’Amazzonia” ebbe mai luogo ma in “Indio”, da oggi in libreria,  la speranza di poter fischiettare “Venceremos” rimane fino all’ultima pagina.

“Indio”, il nuovo libro di Franco Perlotto (edizione Alpine Studio), è una storia che trae spunto da fatti realmente accaduti, con il sapore della spy story. Una narrazione rimasta nel cassetto dell’autore, notissimo agli appassionati della letteratura di montagna e di viaggio, per quasi trent’anni e che nasce dall’incontro-scontro di Perlotto con il protagonista di queste pagine – Urimàn appunto. L’autore non vuole svelare quanto ci sia di proiezione propria e quanto ci sia di realmente esistito nel suo personaggio. A leggere osserviamo che: era il 1985 ad Esmeralda, no man’s land, terra desolata e abitata solo da zanzare, dove svetta il monte Duida, la Montagna del Diavolo, meta di Perlotto che voleva visitarne ancora una volta gli anfratti rocciosi: un Urimàn – invecchiato, stanco e solitario – fa dono della sua strabiliante e avvincente storia ad un giovane connazionale che, con uno straordinario bagaglio di conoscenza, di storia, geografia e politica locale sa interpretarne silenzi e parole. La forma romanzo ovviamente aiuta: a fare esplodere la vicenda, a dare colore, a regalarla ad un tempo eterno, quello del mito. Romanzo a più piani e con mille snodi, “Indio” conduce poi il lettore dall’Amazzonia alle Piccole Dolomiti per ripercorrere i passi della storia italiana di Gramolòn: un figlio perso sulle montagne, un uomo capace di un amore mai inverato, vittima del dolore di una ferita che non ha mai potuto rimarginarsi. C’è il verde della Gran Sabana, gli animali selvaggi, i mille colori delle cascate, il rumore dell’acqua che s’infrange sulle rocce, il profumo dei fiori, l’afa, i moscerini, la natura respingente che è il vero scenario variegato di questo romanzo. La rivoluzione nella quale Gramolòn si era arruolato e nemmeno “la nazione indigena dell’Amazzonia” ebbe mai luogo ma in “Indio”, da oggi in libreria, la speranza di poter fischiettare “Venceremos” rimane fino all’ultima pagina.

Si definisce “eterno vagabondo”, è guida alpina, viaggiatore, giornalista. Ha visitato una cinquantina di paesi in tutto il mondo e ha scalato alcune migliaia di montagne, molte delle quali da solo. Ha vissuto per tre anni con gli indios Yanomami nella foresta brasiliana e per quattro anni ha coordinato un programma del Ministero degli Esteri contro gli incendi forestali in Amazzonia. Ha operato in missioni umanitarie in Afghanistan, Palestina, Ciad, Bosnia, Zaire, Rwanda, Sudan, Congo, Sri Lanka e Brasile.

Si definisce “eterno vagabondo”, è guida alpina, viaggiatore, giornalista. Ha visitato una cinquantina di paesi in tutto il mondo e ha scalato alcune migliaia di montagne, molte delle quali da solo. Ha vissuto per tre anni con gli indios Yanomami nella foresta brasiliana e per quattro anni ha coordinato un programma del Ministero degli Esteri contro gli incendi forestali in Amazzonia. Ha operato in missioni umanitarie in Afghanistan, Palestina, Ciad, Bosnia, Zaire, Rwanda, Sudan, Congo, Sri Lanka e Brasile.

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 08:30

Si può parlare di qualcosa senza mai davvero descriverlo?
Leggendo Il ricordo dell'amore sembrerebbe di sì, perché questo romanzo vuole parlare della guerra civile in Sierra Leone senza averla mai in primo piano. E ci riesce benissimo.

Il ricordo dell'amore segue le vicende, e i ricordi, di più personaggi comprimari. C'è il vecchio professore Elias Cole, che racconta del suo amore ossessivo nei confronti della bella Saffia e dell'amicizia col marito di lei, Julian. C'è Adrian, uno psicologo inglese arrivato in Sierra Leone per tentare di curare le molte persone affette da DPTS (disturbo post traumatico da stress). C'è Kai, un chirurgo locale perseguitato da intimi che non lo lasciano dormire. C'è Mamakay, di non ci si può non innamorare. E poi ce ne sono altri, ognuno con il suo pezzo di storia.

E mentre queste vite s'intrecciano lungo la storia narrata in quasi settecento pagine, sullo sfondo s'intravede la guerra.


La guerra è una protagonista silente, in questo libro. Non viene mai raccontata direttamente, ma ognuno ha dei ricordi che la fanno riemergere, in un modo o nell'altro. E questo rende tutto più brutale. Perché se alle immagini di guerriglia siamo abituati dai telegiornali, non possiamo dire altrettanto per i risvolti che queste lotte interne hanno sulle singole persone.

Ne esce un romanzo che a tratti è duro, struggente.
E' anche un romanzo che appassiona. La scrittura splendida dell'autrice trascina il lettore in questo mare di ricordi e di sentimenti. Si rimane catturati. Ci si ritrova intenti a voler spiare Saffia proprio come fa Elias. Si vorrebbe sussurrare un incoraggiamento ad Adrian, che ha momenti di difficoltà col lavoro. Ci si vorrebbe arrabbiare a favore di e contro Kai, a seconda dei momenti. E ci si innamora di Mamakay.

E' però anche un romanzo sull'accettazione di sé. Perché ognuno dei protagonisti deve fare i conti col passato, col presente e col futuro. Ognuno di loro ha dei desideri che possono o non possono essere soddisfatti. Ognuno ha ricordi che devono o non devono emergere. Ognuno ha decisioni da prendere, sentimenti che bisogna decidere se ricambiare oppure no. E affrontare se stessi è a volte più difficile che affrontare la guerra.
Qualcuno vincerà.
Qualcun'altro perderà.

E poi c'è l'amore per la propria terra. Un amore che si può toccare, palpare, sebbene non tutti i personaggi sembrano voler restare in patria. C'è un legame, però, tra i personaggi e quei luoghi che è intenso. Che supera i dolori.


Il ricordo dell'amore è un romanzo bellissimo. Scritto con sapienza, bilanciato e ben strutturato. Ha personaggi ottimi e credibili a cui ci si avvicina troppo per non rimanerne affascinati. Si rimane coinvolti, come fossero una famiglia.

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23 giugno 2014 1 23 /06 /giugno /2014 23:37
"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato.     DIEGO FILIPPI

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato. DIEGO FILIPPI

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13 giugno 2014 5 13 /06 /giugno /2014 00:27
http://www.martinadogana.it/     Martina Dogana è una nota triathleta italiana. Con il tempo si è specializzata nelle lunghe distanze, vincendo non solo quattro titoli italiani di specialità, ma anche medaglie individuali e a squadre ai Campionati Europei e Mondiali, e gare di livello mondiale come l’Ironman di Nizza del 2008. È una delle poche atlete a essersi imposta in tutti i principali circuiti di triathlon sulla lunga distanza.

http://www.martinadogana.it/ Martina Dogana è una nota triathleta italiana. Con il tempo si è specializzata nelle lunghe distanze, vincendo non solo quattro titoli italiani di specialità, ma anche medaglie individuali e a squadre ai Campionati Europei e Mondiali, e gare di livello mondiale come l’Ironman di Nizza del 2008. È una delle poche atlete a essersi imposta in tutti i principali circuiti di triathlon sulla lunga distanza.

Il triathlon, nato nel 1978 alle isole Hawaii, in soli tre decenni si è evoluto e da prova estrema è diventato uno sport molto popolare con distanze molto più corte e accessibili a tutti. Dai Giochi Olimpici di Sydney fa parte del programma olimpico nella sua versione classica di 1,5 km a nuoto, 40 km di ciclismo e 10 km di corsa.
Praticabile a ogni età, il triathlon è adatto sia ai bambini, che trovano così un’ottima scusa per stare all’aria aperta e giocare con i coetanei, sia agli adulti, alla ricerca di un modo nuovo e salutare di impiegare il tempo libero. Il triathlon è anche uno stile di vita perché insegna a mettersi in gioco ogni giorno ponendosi sempre nuovi obiettivi e organizzandosi al meglio per riuscire a raggiungerli.
Questo libro ha l’intento di guidare sia gli aspiranti triathleti verso la loro prima gara, sia i più esperti che vogliono migliorare in questa disciplina, con tanti consigli sulla scelta dei mezzi e dei materiali e su come allenarsi al meglio senza il timore di dover affrontare in una volta sola tre sport tanto diversi tra loro.

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4 giugno 2014 3 04 /06 /giugno /2014 12:33
Mercoledì 4 giugno ore 20.30Libreria Liberalibro FOTORICERCA in "SGUARDI URBANI" "Ho fotografato per non dimenticare.Per non smettere di guardare"Daniel Pennac

Mercoledì 4 giugno ore 20.30Libreria Liberalibro FOTORICERCA in "SGUARDI URBANI" "Ho fotografato per non dimenticare.Per non smettere di guardare"Daniel Pennac

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15 maggio 2014 4 15 /05 /maggio /2014 00:37
Da qualche mese è tornato in libreria “Villette, l’ultimo romanzo di Charlotte Brontë, che  scrisse piena di dolore per la morte del fratello e delle amate sorelle. La storia di Lucy Snowe è emblema della disillusione che Charlotte prova nei confronti della vita, che poche gioie dispensa all’uomo e lo costringe a lottare per ottenere solo un poco di felicità. 
Lucy Snowe, come la più famosa Jane Eyre, è una donna esile, sfortunata e insignificante, che deve far fronte alle sventure della vita con coraggio ed costretta  scelte spesso difficili. All’inizio del romanzo Lucy è ospite della sua madrina Mrs Bretton , infatti per un motivo che non viene specificato lei preferisce vivere lontana dalla propria famiglia. Tuttavia, ad un certo punto Lucy lascia la casa di Mrs Bretton per tornare a casa dove sembra essere accaduto l’irreparabile. Rimasta del tutto solo e priva di sostentamento cerca lavoro ed entrerà come dama di compagnia, nella casa di una  ricca signora che ben presto morirà e lascerà di nuovo la nostra protagonista in balia della sorte. Lucy, di nuovo, non ha più una casa e decide di lasciare l’Inghilterra per cercare fortuna e lavoro nel continente. Giunge a Villette, città immaginaria che adombra Bruxelles, e qui riesce a farsi assumere come  insegnante d’inglese nell’istituto di Madame Beck.
A Villette la storia entra nel vivo e Lucy Snowe conosce M. Paul Emanuel, docente di letteratura, uomo burbero e duro. Tra i due nasce un sentimento puro, ma minato da incomprensioni religiose e caratteriali. Non sarà un amore a lieto fine, come era accaduto a Jane Eyre; inoltre, a Villette, Lucy rincontra Mrs Bretton e il figlio di lei Graham e la vicenda prenderà altri risvolti…..
Questo romanzo beneficia della facilità di scrittura di Charlotte Brontë e della sua straordinaria capacità di leggere l’animo umano. Di nuovo Charlotte ci regala un affresco della sua epoca e della sua concezione della vita e lo fa un momento per lei tra i più difficili e la mancanza del lieto fine ne è l’immagine.

Da qualche mese è tornato in libreria “Villette, l’ultimo romanzo di Charlotte Brontë, che scrisse piena di dolore per la morte del fratello e delle amate sorelle. La storia di Lucy Snowe è emblema della disillusione che Charlotte prova nei confronti della vita, che poche gioie dispensa all’uomo e lo costringe a lottare per ottenere solo un poco di felicità. Lucy Snowe, come la più famosa Jane Eyre, è una donna esile, sfortunata e insignificante, che deve far fronte alle sventure della vita con coraggio ed costretta scelte spesso difficili. All’inizio del romanzo Lucy è ospite della sua madrina Mrs Bretton , infatti per un motivo che non viene specificato lei preferisce vivere lontana dalla propria famiglia. Tuttavia, ad un certo punto Lucy lascia la casa di Mrs Bretton per tornare a casa dove sembra essere accaduto l’irreparabile. Rimasta del tutto solo e priva di sostentamento cerca lavoro ed entrerà come dama di compagnia, nella casa di una ricca signora che ben presto morirà e lascerà di nuovo la nostra protagonista in balia della sorte. Lucy, di nuovo, non ha più una casa e decide di lasciare l’Inghilterra per cercare fortuna e lavoro nel continente. Giunge a Villette, città immaginaria che adombra Bruxelles, e qui riesce a farsi assumere come insegnante d’inglese nell’istituto di Madame Beck. A Villette la storia entra nel vivo e Lucy Snowe conosce M. Paul Emanuel, docente di letteratura, uomo burbero e duro. Tra i due nasce un sentimento puro, ma minato da incomprensioni religiose e caratteriali. Non sarà un amore a lieto fine, come era accaduto a Jane Eyre; inoltre, a Villette, Lucy rincontra Mrs Bretton e il figlio di lei Graham e la vicenda prenderà altri risvolti….. Questo romanzo beneficia della facilità di scrittura di Charlotte Brontë e della sua straordinaria capacità di leggere l’animo umano. Di nuovo Charlotte ci regala un affresco della sua epoca e della sua concezione della vita e lo fa un momento per lei tra i più difficili e la mancanza del lieto fine ne è l’immagine.

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11 maggio 2014 7 11 /05 /maggio /2014 21:07
Cristina Bellemo è vicentina, di Bassano del Grappa. É giornalista e scrive per ragazzi da qualche anno. Tra i suoi albi il bellissimo "La leggerezza perduta" edito da Topipittori nel quale concetti come "utile e superfluo" o "crescita sostenibile" sono messi in fiaba e raccontata ai più piccoli.
In "Sottosopra" invece, delle edizioni Zoolibri, la Bellemo narra di due Paesi, quello di Sopra e quello di Sotto, ben separati tra loro, zeppi rispettivamente di soprintendenti, soprannomi, soprabiti, e di sottotenenti, sottoscala e sottovesti. In seguito ad una bufera di vento i due paesi si ritrovarono un po' scombussolati, un po' sottosopra, ma più variegati e contenti. Di recentissima pubblicazione è invece il romanzo edito da Rizzoli: "Io e il falco". Un romanzo che l'autrice rivolge a lettori delle scuole medie, nonché adulti appassionati di natura. "Io e il falco" è un romanzo di formazione, un romanzo di crescita, una storia che narra di una passione particolare e di un'altrettanta particolare amicizia. Siamo a metà degli anni '70, tra la Puglia e il Veneto. Un ragazzino di dieci anni, Salvatore, riceve in dono dal nonno un falco, a cui darà nome Piccolo. Un romanzo in cui la falconeria, la stessa descritta da Federico II di Svevia, nel trattato "De arte venandi cum avibus", diventa ragione di vita di questo ragazzo. Inizialmente ostacolato dai genitori, ritroveremo Salvatore, cresciuto, seguire le proprie idee in giro per il mondo: Austria, Brasile e negli Stati Uniti, dove per il "Peregrine Fund" partecipa ad un progetto per far tornare liberi dei piccoli nati in cattività. "La falconeria è un'arte che forma naturalisti. Fa germogliare ed esplodere l'amore e il senso di protezione per la vita", e il romanzo della Bellemo è un inno alla vita, non solo a quella, in mezzo alla natura.

Cristina Bellemo è vicentina, di Bassano del Grappa. É giornalista e scrive per ragazzi da qualche anno. Tra i suoi albi il bellissimo "La leggerezza perduta" edito da Topipittori nel quale concetti come "utile e superfluo" o "crescita sostenibile" sono messi in fiaba e raccontata ai più piccoli. In "Sottosopra" invece, delle edizioni Zoolibri, la Bellemo narra di due Paesi, quello di Sopra e quello di Sotto, ben separati tra loro, zeppi rispettivamente di soprintendenti, soprannomi, soprabiti, e di sottotenenti, sottoscala e sottovesti. In seguito ad una bufera di vento i due paesi si ritrovarono un po' scombussolati, un po' sottosopra, ma più variegati e contenti. Di recentissima pubblicazione è invece il romanzo edito da Rizzoli: "Io e il falco". Un romanzo che l'autrice rivolge a lettori delle scuole medie, nonché adulti appassionati di natura. "Io e il falco" è un romanzo di formazione, un romanzo di crescita, una storia che narra di una passione particolare e di un'altrettanta particolare amicizia. Siamo a metà degli anni '70, tra la Puglia e il Veneto. Un ragazzino di dieci anni, Salvatore, riceve in dono dal nonno un falco, a cui darà nome Piccolo. Un romanzo in cui la falconeria, la stessa descritta da Federico II di Svevia, nel trattato "De arte venandi cum avibus", diventa ragione di vita di questo ragazzo. Inizialmente ostacolato dai genitori, ritroveremo Salvatore, cresciuto, seguire le proprie idee in giro per il mondo: Austria, Brasile e negli Stati Uniti, dove per il "Peregrine Fund" partecipa ad un progetto per far tornare liberi dei piccoli nati in cattività. "La falconeria è un'arte che forma naturalisti. Fa germogliare ed esplodere l'amore e il senso di protezione per la vita", e il romanzo della Bellemo è un inno alla vita, non solo a quella, in mezzo alla natura.

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2 maggio 2014 5 02 /05 /maggio /2014 23:56

 

Quanta sofferenza ci restituisce la sofferenza dei nostri figli! Il loro dolore di fronte a un insuccesso, a un’amarezza, a una difficoltà… entra con forza in noi e ci lascia in ansia. Ci chiediamo se il nostro bambino sia in grado di superare la prova che sta vivendo senza riportare troppe ferite, se la difficoltà che sperimenta sia proprio necessaria, se non ci siano modalità diverse per superarla, se…se…se…

Noi non riusciamo a sopportare il dolore delle nostre creature, non vogliamo vedere i nostri figli nella sofferenza. Credo che questo sia un sentimento che proviamo nei confronti di tutte le persone che amiamo e mi permetto di dire che è un sentimento forte che sento spesso anche io. Più si ama e più si sente il bisogno di proteggere il proprio amato da ogni cosa, soprattutto dalla sofferenza.

Così, di fronte al dolore dei nostri bambini, tra i tanti “se” che ci attraversano ne emerge uno prorompente: ”E se io riuscissi a evitare il suo dolore?”. Anche questo interrogativo è pienamente legittimo nei rapporti d’amore. È appunto l’opposto dell’indifferenza che proviamo per un estraneo, è un aspetto dell’accudimento che si fa tutela vigile. È amore.

Allora, cosa c’è di strano nel darsi da fare per un figlio che soffre? Perché parlarne se tutto è così normale?

Ecco, vorrei che riflettessimo insieme sulle modalità che la tutela oggi utilizza, o meglio vorrei che riflettessimo sui modi corretti di proteggere un bambino dalla sofferenza.

Sempre devo precisare che quando parlo di situazioni difficili mi riferisco a quelle realtà che hanno fatto parte della vita di tutti i bambini ( litigi tra compagni, esclusioni dai giochi, delusioni, insuccessi scolastici…) e non di situazioni estreme dove l’intervento di un adulto è necessario e doveroso per la tutela di un minore. Nelle situazioni sopra citate oggigiorno c’è la tendenza dei genitori ad intervenire con una certa urgenza per riportare la normalità nella vita del figlio, affinchè il motivo della sofferenza venga eliminato.

La sofferenza, le difficoltà che incontriamo nel nostro cammino sono elementi che fanno parte dell’esperienza, in questa nostra vita. La nostra umanità ci porta, purtroppo, a sperimentare le situazioni difficili, di sofferenza nelle quali proprio la vita stessa ci fa entrare. Sono momenti impegnativi da superare e credo che nessuno di noi li viva gioiosamente. Ma molto spesso, attraverso alcune situazioni complicate siamo costretti a tirar fuori il meglio di noi stessi. Siamo messi alla prova e dobbiamo reagire per superare l’ostacolo che ci siamo trovati davanti. Allora dobbiamo avere forza, determinazione, coraggio, pazienza, speranza, fiducia… Le prove ci modellano e ci fanno scoprire le carte più importanti del nostro esistere: ci forgiano e spesso, se sappiamo sfruttare le situazioni, ci lasciano migliori di prima.

Possiamo così dire che la sofferenza che non possiamo evitare o che fa parte del gioco della crescita diventa un’opportunità per migliorarci.

Tutto questo vale per un adulto, ma anche per un bambino, quando sperimenta le sue sconfitte, sconfitte che sono state un po’ quelle di tutti. Nella difficoltà anche il piccolo ha la necessità di sperimentare le sue capacità, di verificare che è in grado di farcela da solo, di allenare: forza, pazienza, determinazione, coraggio…E nella difficoltà anche un figlio cresce e si fortifica. Un conflitto con un compagno, il pianto per un’esclusione dal gruppo, la sofferenza per un brutto voto hanno fatto parte dell’esperienza di tutti e non uccideranno i nostri bambini, soprattutto se ci troveranno al loro fianco pronti ad incoraggiarli e a sostenerli, alimentando la speranza. Non sarà necessario intervenire perché scompaia la causa della sofferenza, sarà utile aspettare insieme che passi, per sperimentare così che anche il dolore ha una fine e che non ci annienta, che può essere vinto. Che lezione meravigliosa per la vita!

Invece noi siamo tentati sempre, come dicevo prima, a estirpare con il nostro intervento la fonte della sofferenza. Hai preso una nota e piangi? Parlerò con l’insegnante perché ciò non accada più. Ti hanno escluso da un gioco? Mi rivolgerò alla mamma del compagno responsabile della tua esclusione. E così via…

Le crisalidi sono gabbie che imprigionano le farfalle. Forse anche una farfalla non vorrebbe subire la limitazione derivante da quell’involucro. Se lo tagliassimo per far uscire anzitempo la farfalla, l’animale morirebbe. Non gli avremmo dato il tempo di maturare.

Dobbiamo vigilare di non fare lo stesso errore con i nostri figli. Dobbiamo permettere loro di maturare con le loro forze, anche grazie a quei piccoli dolori che la quotidianità ci elargisce.

Così, attraverso anche la sofferenza, i nostri figli sapranno fortificarsi e si prepareranno ad affrontare la vita.

Meravigliose farfalle i bambini, noi tutti il loro cielo.

Buona qualità di vita con i vostri figli.

Mariella Lunardi

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20 aprile 2014 7 20 /04 /aprile /2014 23:26
New York, 1929. Una bambina si aggira fra gli scaffali di un grande e famoso emporio, pieno di ogni sorta di merci; non ha nome né età, il suo viso è allo stesso tempo bellissimo e terrificante. Si infila una baguette sotto il cappotto, ma viene fermata da un guardiano. Nel giro di pochi istanti si trova al cospetto del signor Rosenberg, il proprietario del lussuoso emporio. Da qui tutto ha inizio. La vita di Rosenberg, scandita dalle speculazioni in Borsa e dalle visite al suo esclusivo club, sarà sconvolta. Tutto per colpa della bambina e di un suo misterioso compare, un venditore di lamette e di stilografiche che difende i poveri come lui e dichiara guerra a Rosenberg e ai suoi empori. Ma Rosenberg non è tipo da farsi mettere nel sacco da un poveraccio e da una ragazzina senza nome, mostruosa e incantevole allo stesso tempo. Mentre la grande crisi sconvolge New York e l´America, fra i due uomini inizia una guerra senza quartiere. Una sola cosa è sicura: alla fine ci sarà un solo vincitore e niente sarà più come prima. Basta sprecare il tempo prendendosela con i dipendenti negligenti e con i poveri, solo perché esistono. È il momento di agire, prima che la crisi trascini via tutto e sia troppo tardi. Una storia che fa riflettere e offre una nuova chiave interpretativa della crisi e del nostro tempo.

New York, 1929. Una bambina si aggira fra gli scaffali di un grande e famoso emporio, pieno di ogni sorta di merci; non ha nome né età, il suo viso è allo stesso tempo bellissimo e terrificante. Si infila una baguette sotto il cappotto, ma viene fermata da un guardiano. Nel giro di pochi istanti si trova al cospetto del signor Rosenberg, il proprietario del lussuoso emporio. Da qui tutto ha inizio. La vita di Rosenberg, scandita dalle speculazioni in Borsa e dalle visite al suo esclusivo club, sarà sconvolta. Tutto per colpa della bambina e di un suo misterioso compare, un venditore di lamette e di stilografiche che difende i poveri come lui e dichiara guerra a Rosenberg e ai suoi empori. Ma Rosenberg non è tipo da farsi mettere nel sacco da un poveraccio e da una ragazzina senza nome, mostruosa e incantevole allo stesso tempo. Mentre la grande crisi sconvolge New York e l´America, fra i due uomini inizia una guerra senza quartiere. Una sola cosa è sicura: alla fine ci sarà un solo vincitore e niente sarà più come prima. Basta sprecare il tempo prendendosela con i dipendenti negligenti e con i poveri, solo perché esistono. È il momento di agire, prima che la crisi trascini via tutto e sia troppo tardi. Una storia che fa riflettere e offre una nuova chiave interpretativa della crisi e del nostro tempo.

Fabrizio Silei è nato a Firenze. Diplomato all'Istituto d'arte e laureato in Scienze Politiche, ha lavorato per anni come sociologo presso diversi istituti di ricerca dedicandosi soprattutto alle tematiche dell'identità e della memoria.
Scrittore e artista, esperto di comunicazione sociale, ricercatore di storie e vicende umane, tiene laboratori di scrittura autobiografica come cura di sé e di scrittura creativa, laboratori per ragazzi e bambini e corsi per insegnanti sulla didattica della creatività .
Negli anni ha raccolto testimonianze di persone che hanno vissuto la guerra e la prigionia nei lager nazifascisti, memorie del mondo contadino, storie e leggende della tradizione orale toscana, pubblicato saggi, romanzi, racconti e libri per ragazzi e per bambini che affrontano spesso temi difficili con una forte connotazione sociale.
Come artista è particolarmente attento al gioco creativo e concettuale e i sui libri illustrati realizzati con carta, cartone, legno e materiali poveri si muovono a cavallo fra arte contemporanea, design e fotografia

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11 aprile 2014 5 11 /04 /aprile /2014 00:11
Libro del mese di aprile 2014: "Il prete bello" di Goffredo Parise

Nel maggio del 1954 esce per l'editore Garzanti “Il prete bello”, romanzo scritto da uno sconosciuto vicentino, Edo Parise.

Il giovane aveva già dato alle stampe due romanzi Il ragazzo morto e le comete nel 1951 e La grande Vacanza nel 1953, pubblicati entrambi dall'amico editore Neri Pozza.

In questo periodo Parise lascia Vicenza e, dopo aver trascorso un periodo a Venezia, trova lavoro presso un'importante casa editrice di Milano. La città gli è fredda e patisce la solitudine perciò sente il desiderio di scrivere una storia con tanti personaggi allegri e originali, che sappia far ridere e commuovere, una storia che lui stesso definisce “estiva”. Nasce così Il prete bello, vero caso editoriale, clamoroso successo che verrà presto tradotto in molti paesi e regalerà a Edo, insieme a critiche denigratorie, interesse e celebrità.

A sessant'anni di distanza questo romanzo ha molto da raccontare, da divertire e commuovere e da insegnare.

I personaggi così originali ed eccentrici, induriti dalla fame, dal freddo e dall'ignoranza ma spensierati, spregiudicati, svagati popolano pagine indimenticabili dove la lettura si fa visiva, plastica, la descrizione diviene materia, il dialogo colpisce l'olfatto, l'episodio risulta ruvido, il destino grave e assordante.

Parise è un gigante che con forza strattona il lettore e lo spinge dentro una semplice ma vivissima storia che si snoda tra il '39 e il '40 e che vede don Gastone Caoduro, prete bello, svagato, elegante e vanesio stregare un intero caseggiato abitato da un'umanità singolare fatta di signore zelanti e bigotte, commercianti e artigiani scaltri o consunti, fascisti comici, ragazzini furbi, ruffiani, generosi e soli.

A Parise dobbiamo la nuda e coraggiosa onestà per averci descritto magistralmente una piccola città di provincia, Vicenza, in anni non distanti dal nostro contemporaneo in uno spaccato di vita e di società che sembra essere lontanissimo ed estraneo da noi e dalla nostra stessa storia.

Ma quella storia in realtà così fastidiosa, scomoda e desolata ma gaia, furba e allegra non dista che un passo da noi: è la matrigna che ci ha generato e che con fatica non possiamo non chiamare mamma.

Il prete bello è un romanzo bellissimo, struggente e che non si dimentica.

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