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5 settembre 2014 5 05 /09 /settembre /2014 23:19
Libro del mese settembre 2014: "L'incolore Tazaki Tzukuru e i suoi anni di pellegrinaggio"

Tazaki Tsukuru aveva degli amici, ora non li ha più.


Erano quattro. Li aveva conosciuti al liceo e tutti avevano nel loro nome un colore. Tutti, tranne lui, l’incolore. Erano molto affiatati e, insieme, stavano bene. Poi, una volta all'università, le cose cambiarono e un bel giorno Tazaki si sentì dire di non essere più persona gradita. Come mai? Cos'era successo?

Tazaki non lo sapeva e solo molti anni dopo compie un pellegrinaggio per rivedere quei vecchi compagni e indagare e cercare di capire un passato che non ha mai smesso di tormentarlo.

Haruki Murakami torna, con questo suo ultimo libro, al realismo. Mette da parte per un attimo distopia e temi fantastici per calarsi in una realtà contemporanea e concreta che ricorda, per certi versi, "Norvegian Wood". E lo fa costruendo una storia che rimanda, anche se con modi più 'estremi', a quel momento della crescita in cui, inevitabilmente, alcune amicizie maturate a scuola si perdono. Diventando adulti si prendono strade diverse, si incontrano persone differenti e tutti noi possiamo trovare, nella nostra memoria, nomi di persone care che, col tempo, hanno smesso di esserci vicine.


Murakami affronta tutto questo con la grazia che contraddistingue la sua scrittura. Con quel suo stile quasi distaccato e pensieroso. Con personaggi particolari e unici. Con citazioni musicali e letterarie e parti lasciate in sospeso. Insomma, tutti i tratti caratteristici della sua poetica.

Questo romanzo non si limita però a questo, ma si spinge oltre cercando di mostrare quanto spesso il coraggio di ripercorrere il passato venga meno. Quanto è difficile accettare una vita ormai passata? E quanto ci costa tornare sui nostri passi e tentare di comprendere cose che forse non vorremmo più affrontare?

Tazaki lo scoprirà presto, così come scoprirà quanto possa essere liberatorio affrontare le proprie paure e dar loro una spiegazione.

"L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio" è l'ennesima conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della maestria di un autore come Murakami che sa raccontare l'umano in maniera personalissima e unica.

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5 settembre 2014 5 05 /09 /settembre /2014 23:13
“Saluta il signore! Ringrazia quella persona!” Sono semplici richieste che un tempo, camminando per strada, nei negozi, nei bar, nei luoghi pubblici sentivi formulare alle mamme. Erano raccomandazioni, frasi di incitamento a relazionarsi con l’altro in modo corretto; frasi che venivano suggerite a bimbi, anche piccoli, perché imparassero a muoversi nei delicati meandri della relazione con il giusto rispetto, la corretta educazione. Cosa c’è di così importante dietro un saluto? Perché va chiesto ai bambini? Prima di tutto salutare è semplicemente un fatto di buona educazione. Si saluta quando si arriva, si saluta quando si va via, si salutano le persone di nostra conoscenza che incontriamo o le persone che ci vengono presentate. Si salutano i genitori al mattino, si saluta al rientro in casa, prima di andare a dormire. È doveroso il saluto agli insegnanti quando si arriva a scuola, quando le lezioni sono terminate, quando un adulto entra in classe. Vanno salutati tutti gli operatori che incontriamo, i negozianti, il giornalaio….Insomma, la buona educazione prevede che un incontro si apra e si chiuda con un saluto più o meno formale, a seconda della relazione instaurata tra le persone. Un saluto fa di più, dice: ”Ti riconosco, so che ci sei, esisti”. Questa forma di riconoscimento insegnata ai bambini ha un grande valore. Se io riconosco una persona, la sua presenza, allora non posso muovermi come se non esistesse. Mi devo confrontare con lei, adeguando il mio comportamento alla forma di relazione che si è instaurata tra noi. Quante volte vediamo i nostri bambini trattare autorità (medici, insegnanti..) con la stessa confidenza con cui trattano un familiare! Il commento più comune pronunciato dalle persone in queste situazioni è più o meno il seguente: ”Non ha paura di niente!”. In realtà un bimbo che si comporta così non ha capito la diversità dei ruoli perché non gli è stata insegnata. “Ma è così importante?” mi potreste chiedere. Io credo di sì. La nostra società è strutturata sulla diversità dei ruoli. Tutti noi siamo chiamati in tempi diversi a rispettare i ruoli di qualcun altro. Pensate a un adulto che non rispetti il ruolo di un poliziotto, ad esempio. Un bel guaio! Il rispetto dei ruoli va insegnato, non si impara automaticamente. In questi anni la scuola fatica ad essere autorevole perché gli alunni faticano a riconoscere ruoli autorevoli, abituati un po’ a “farla da padroni” in famiglia. Non tutti i bambini sono così, è vero, ma molti sì, credetemi. Allora iniziano i problemi di relazione scuola- genitori perché la scuola chiede atteggiamenti di rispetto nuovi per il bambino e la famiglia è in difficoltà nell’insegnarglieli quando il figlio è già grandicello. Un saluto potrebbe porre rimedio a tutto questo? Certo che no, ma è un primo passo importante. ”Saluta la maestra. Ringrazia il dottore” stanno a significare: ”Non sei in solo, muoviti con rispetto e gratitudine per quello che ricevi.”. È un messaggio silenzioso ma efficace, è soprattutto un messaggio educante, un primo passo verso un atteggiamento di rispetto per la persona che si ha davanti. Se riconosco una persona e la saluto, con più difficoltà potrò ignorarla. Riconoscendola dovrò pormi la domanda di chi sia e che spazio occupi nella mia vita. Così facendo non crederò più di essere l’unico abitante del mio spazio vitale, farò i conti con altre presenze che meritano il mio rispetto e mi abituerò a considerarmi non più “l’unico”, ma uno del gruppo sociale a cui appartengo. Primissimi passetti fondamentali di integrazione corretta, caratterizzata dalla buona educazione, che partono da un semplice :”Buongiorno!” Buona qualità di vita con i vostri figli. Mariella Lunardi

“Saluta il signore! Ringrazia quella persona!” Sono semplici richieste che un tempo, camminando per strada, nei negozi, nei bar, nei luoghi pubblici sentivi formulare alle mamme. Erano raccomandazioni, frasi di incitamento a relazionarsi con l’altro in modo corretto; frasi che venivano suggerite a bimbi, anche piccoli, perché imparassero a muoversi nei delicati meandri della relazione con il giusto rispetto, la corretta educazione. Cosa c’è di così importante dietro un saluto? Perché va chiesto ai bambini? Prima di tutto salutare è semplicemente un fatto di buona educazione. Si saluta quando si arriva, si saluta quando si va via, si salutano le persone di nostra conoscenza che incontriamo o le persone che ci vengono presentate. Si salutano i genitori al mattino, si saluta al rientro in casa, prima di andare a dormire. È doveroso il saluto agli insegnanti quando si arriva a scuola, quando le lezioni sono terminate, quando un adulto entra in classe. Vanno salutati tutti gli operatori che incontriamo, i negozianti, il giornalaio….Insomma, la buona educazione prevede che un incontro si apra e si chiuda con un saluto più o meno formale, a seconda della relazione instaurata tra le persone. Un saluto fa di più, dice: ”Ti riconosco, so che ci sei, esisti”. Questa forma di riconoscimento insegnata ai bambini ha un grande valore. Se io riconosco una persona, la sua presenza, allora non posso muovermi come se non esistesse. Mi devo confrontare con lei, adeguando il mio comportamento alla forma di relazione che si è instaurata tra noi. Quante volte vediamo i nostri bambini trattare autorità (medici, insegnanti..) con la stessa confidenza con cui trattano un familiare! Il commento più comune pronunciato dalle persone in queste situazioni è più o meno il seguente: ”Non ha paura di niente!”. In realtà un bimbo che si comporta così non ha capito la diversità dei ruoli perché non gli è stata insegnata. “Ma è così importante?” mi potreste chiedere. Io credo di sì. La nostra società è strutturata sulla diversità dei ruoli. Tutti noi siamo chiamati in tempi diversi a rispettare i ruoli di qualcun altro. Pensate a un adulto che non rispetti il ruolo di un poliziotto, ad esempio. Un bel guaio! Il rispetto dei ruoli va insegnato, non si impara automaticamente. In questi anni la scuola fatica ad essere autorevole perché gli alunni faticano a riconoscere ruoli autorevoli, abituati un po’ a “farla da padroni” in famiglia. Non tutti i bambini sono così, è vero, ma molti sì, credetemi. Allora iniziano i problemi di relazione scuola- genitori perché la scuola chiede atteggiamenti di rispetto nuovi per il bambino e la famiglia è in difficoltà nell’insegnarglieli quando il figlio è già grandicello. Un saluto potrebbe porre rimedio a tutto questo? Certo che no, ma è un primo passo importante. ”Saluta la maestra. Ringrazia il dottore” stanno a significare: ”Non sei in solo, muoviti con rispetto e gratitudine per quello che ricevi.”. È un messaggio silenzioso ma efficace, è soprattutto un messaggio educante, un primo passo verso un atteggiamento di rispetto per la persona che si ha davanti. Se riconosco una persona e la saluto, con più difficoltà potrò ignorarla. Riconoscendola dovrò pormi la domanda di chi sia e che spazio occupi nella mia vita. Così facendo non crederò più di essere l’unico abitante del mio spazio vitale, farò i conti con altre presenze che meritano il mio rispetto e mi abituerò a considerarmi non più “l’unico”, ma uno del gruppo sociale a cui appartengo. Primissimi passetti fondamentali di integrazione corretta, caratterizzata dalla buona educazione, che partono da un semplice :”Buongiorno!” Buona qualità di vita con i vostri figli. Mariella Lunardi

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22 agosto 2014 5 22 /08 /agosto /2014 14:18

 di Vicky si è da poco trasferita in città e deve ancora ambientarsi. Tra l'altro la scuola è appena iniziata ma i professori si sono già messi a dare compiti e a minacciare verifiche.
Un giorno, però, mentre passa vicino alla palestra viene attratta da dei colpi. Incuriosita va a vedere e si ritrova a 'spiare' un gruppetto di ragazze intente a giocare a pallavolo. Non sa ancora che quelle aspiranti pallavoliste diventeranno presto sue grandi amiche e che quel pallone diventerà un compagno di avventure!


"Volley Star" è un libro sull'amore per la pallavolo ma, soprattutto, è un libro che parla di quando sia bello impegnarsi per qualcosa che si desidera davvero.
Passione è la parola che muove l'intera storia e che dovrebbe incoraggiare la vita di tutti.
La squadra delle Coccinelle, della quale Vicky entrerà a far parte, da una carica di energia ad ogni pagina, manda al lettore una grande voglia di fare, di lottare e allenarsi duramente per perseguire i propri sogni.

E' una storia che indubbiamente si rivolge alle ragazzine di scuola media, ma che risulta una lettura piacevolissima per i ragazzi in generale, perché sa mettere la carica parlando di cose quotidiane e che potrebbero vivere tutti.

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3 agosto 2014 7 03 /08 /agosto /2014 19:01
C’è un bisogno sempre più sentito di dare ai figli ciò che è mancato a noi. Allora inizia la corsa per fare in modo che questo si avveri e si cerca di non far mancare nulla ai bambini. Siamo disposti a qualsiasi sacrificio purché ogni loro desiderio trovi risposta e doniamo, doniamo, doniamo… Doniamo in oggetti, in giochi, in tempo organizzato… Doniamo con ansia, quasi non bastasse mai quello che diamo, quello che facciamo… Il più delle volte doniamo pensando di amare e di amare “bene”. L’amore è così complicato! Lo è anche quando dobbiamo educare i nostri figli. Quei figli che non siamo noi, ma creature stupende staccate da noi, che la vita ci ha affidato e che dobbiamo aiutare a crescere. Il “tutto” che noi vorremmo dare, non permetterebbe ai bambini di sperimentare l’attesa, di vivere la rinuncia, di capire che nella quotidianità dell’esistenza il “tutto” non si può avere e ottenerlo da piccoli a ogni costo non è sempre costruttivo. La vita reale è fatta di vuoti, di rinunce, di insoddisfazioni, di desideri non realizzati… Sono dei “no” con cui dobbiamo convivere e che dobbiamo saper gestire con forza e ottimismo. Quando insegneremo, quindi, la vita vera ai nostri figli se seminiamo strade di “sì” a ogni loro richiesta? Ecco allora che i nostri “sì” incondizionati, che noi chiamiamo amore, diventano la nostra sconfitta genitoriale. Se non impariamo ad accettare nostro figlio serenamente e con convinzione, mentre attraversa l’esperienza della privazione, non lo muniremo già da subito della capacità di affrontare la sua vita, leggendola come essa è nella realtà: non il paese dei balocchi, ma una costante difficoltosa e meravigliosa conquista. Nulla ti viene donato, da adulto, su un vassoio dorato; è proprio la conquista quotidiana che dà valore alle nostre fatiche, che fortifica ed è fonte di crescita! Così alla fine è privando che amiamo, non donando tutto. L’unica cosa che non dobbiamo mai elemosinare è l’amore, quello vero. Buona qualità di vita con i vostri figli. Mariella Lunardi

C’è un bisogno sempre più sentito di dare ai figli ciò che è mancato a noi. Allora inizia la corsa per fare in modo che questo si avveri e si cerca di non far mancare nulla ai bambini. Siamo disposti a qualsiasi sacrificio purché ogni loro desiderio trovi risposta e doniamo, doniamo, doniamo… Doniamo in oggetti, in giochi, in tempo organizzato… Doniamo con ansia, quasi non bastasse mai quello che diamo, quello che facciamo… Il più delle volte doniamo pensando di amare e di amare “bene”. L’amore è così complicato! Lo è anche quando dobbiamo educare i nostri figli. Quei figli che non siamo noi, ma creature stupende staccate da noi, che la vita ci ha affidato e che dobbiamo aiutare a crescere. Il “tutto” che noi vorremmo dare, non permetterebbe ai bambini di sperimentare l’attesa, di vivere la rinuncia, di capire che nella quotidianità dell’esistenza il “tutto” non si può avere e ottenerlo da piccoli a ogni costo non è sempre costruttivo. La vita reale è fatta di vuoti, di rinunce, di insoddisfazioni, di desideri non realizzati… Sono dei “no” con cui dobbiamo convivere e che dobbiamo saper gestire con forza e ottimismo. Quando insegneremo, quindi, la vita vera ai nostri figli se seminiamo strade di “sì” a ogni loro richiesta? Ecco allora che i nostri “sì” incondizionati, che noi chiamiamo amore, diventano la nostra sconfitta genitoriale. Se non impariamo ad accettare nostro figlio serenamente e con convinzione, mentre attraversa l’esperienza della privazione, non lo muniremo già da subito della capacità di affrontare la sua vita, leggendola come essa è nella realtà: non il paese dei balocchi, ma una costante difficoltosa e meravigliosa conquista. Nulla ti viene donato, da adulto, su un vassoio dorato; è proprio la conquista quotidiana che dà valore alle nostre fatiche, che fortifica ed è fonte di crescita! Così alla fine è privando che amiamo, non donando tutto. L’unica cosa che non dobbiamo mai elemosinare è l’amore, quello vero. Buona qualità di vita con i vostri figli. Mariella Lunardi

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23 luglio 2014 3 23 /07 /luglio /2014 13:34
Sono i giorni cruciali che precedono lo scoppio della Prima guerra mondiale. A Venezia, all’hotel Excelsior, si danza un ultimo ballo. E la laguna non perde la sua magia neanche sotto l’incombere della tragedia. Siamo alla fine di luglio, nel 1914, a Venezia. Il 28 giugno a Sarajevo Francesco Ferdinando è stato assassinato, l’Austria ha consegnato l’ultimatum alla Serbia. Sono i giorni dei «sonnambuli», di imperi e nazioni, governanti e diplomatici, che consegnano inconsapevoli l’Europa al suo suicidio. Il commendatore Niccolò Spada vigila sui suoi ospiti all’Excelsior: il presagio che aleggia sull’Europa soffia anche sul Lido. L’Albergo leggendario è affollato: l’aristocrazia di tutta Europa scintilla come non mai, ma celebra le ultime ore della Belle époque. Fra gli ospiti c’è anche la marchesa Margarete von Hayek, «bella come sa essere solo una donna dal piglio pari alla grazia», che nasconde un segreto terribile, inconfessabile, e che brindando alla fine del mondo chiede una lettera di credito molto particolare a Spada. Il commendatore vacilla, tentato dall’amore per Margarete, che è «fuoco e rapina». Un sogno, sempre lo stesso, lo disorienta: un cacciatore ossessionato da una belva che si aggira per la foresta. Senza riuscire a incontrarla, ne sente il ruggito. Poco lontano, nel cuore della laguna, l’isola di San Servolo, sede del manicomio, conserva il segreto della nobile Margarete. Molesini ha il genio letterario, conosciuto con Non tutti i bastardi sono di Vienna, di saper mescolare il rombo della Storia con il sospiro e il languore delle storie private; di sapere intrecciare le vite di personaggi realmente esistiti con figure di romantica invenzione. E intorno la Laguna non perde la sua perlacea magia, l’incanto dei suoi tremolanti profili. Mentre una lingua bellissima riesce a confondere, nella prosa, il rumore del tuono di guerra con il sussurro della poesia.

Sono i giorni cruciali che precedono lo scoppio della Prima guerra mondiale. A Venezia, all’hotel Excelsior, si danza un ultimo ballo. E la laguna non perde la sua magia neanche sotto l’incombere della tragedia. Siamo alla fine di luglio, nel 1914, a Venezia. Il 28 giugno a Sarajevo Francesco Ferdinando è stato assassinato, l’Austria ha consegnato l’ultimatum alla Serbia. Sono i giorni dei «sonnambuli», di imperi e nazioni, governanti e diplomatici, che consegnano inconsapevoli l’Europa al suo suicidio. Il commendatore Niccolò Spada vigila sui suoi ospiti all’Excelsior: il presagio che aleggia sull’Europa soffia anche sul Lido. L’Albergo leggendario è affollato: l’aristocrazia di tutta Europa scintilla come non mai, ma celebra le ultime ore della Belle époque. Fra gli ospiti c’è anche la marchesa Margarete von Hayek, «bella come sa essere solo una donna dal piglio pari alla grazia», che nasconde un segreto terribile, inconfessabile, e che brindando alla fine del mondo chiede una lettera di credito molto particolare a Spada. Il commendatore vacilla, tentato dall’amore per Margarete, che è «fuoco e rapina». Un sogno, sempre lo stesso, lo disorienta: un cacciatore ossessionato da una belva che si aggira per la foresta. Senza riuscire a incontrarla, ne sente il ruggito. Poco lontano, nel cuore della laguna, l’isola di San Servolo, sede del manicomio, conserva il segreto della nobile Margarete. Molesini ha il genio letterario, conosciuto con Non tutti i bastardi sono di Vienna, di saper mescolare il rombo della Storia con il sospiro e il languore delle storie private; di sapere intrecciare le vite di personaggi realmente esistiti con figure di romantica invenzione. E intorno la Laguna non perde la sua perlacea magia, l’incanto dei suoi tremolanti profili. Mentre una lingua bellissima riesce a confondere, nella prosa, il rumore del tuono di guerra con il sussurro della poesia.

Conferenza tenuta all’Università di Pavia il 24 marzo 1999  L’oggetto di una poesia consiste in una folla di sollecitazioni emotive rievocate, fra le quali rivestono la massima importanza i ricordi di incontri con esseri o eventi sacri.  W.H. Auden  Sono nato e cresciuto in un luogo d’acqua. L’acqua verde buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L’acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell’erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio.  E sopra l’acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C’è anche la pietra delle isole, ridotte dall’abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio.  Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull’orlo del precipizio ma per quella comica fortuna che protegge gli innocenti il vuoto li rifiuta e finché non lo vedono non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo, è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che dopo decenni di quest’abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d’acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva, anzi, credo sia più giusto dire che non ci è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria.  Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata c’è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C’era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a dio non hanno i freni).  Nel principio, dunque, ho respirato un’aria fatta di opposti. Pietra versus acqua, pieno versus vuoto, gravità versus leggerezza, luce e luce riflessa dall’acqua versus buio e nebbia impenetrabili (il buio della notte sulla laguna, la nebbia nei mattini invernali bagnati di freddo). Un ricordo tra tutti. Il suono della Marangona, i rintocchi di mezzanotte. Li aspettavo. Verso le undici e mezzo chiudevo il libro e spegnevo la luce e nel buio (la sciavo gli scuri aperti per vedere il riflesso della luna o del lampione sotto casa sul soffitto della camera) nel buio dicevo aspettavo. L’attesa è una delle cose più belle della vita. Nessuno, credo, saprebbe dire con precisione perché, ma tutti possono capirmi. E quando la campana del campanile di San Marco riempiva il silenzio del buio senza infrangerlo, con una dolcezza rotonda e piena, sapevo che era l’ora di lasciarsi scivolare via, nel sonno.  La Marangona, un nome. E i nomi sono tutto. Come le parole, alcuni pensano che non contino, che solo i fatti contano. Non contano, forse, ma sono tutto. Ogni bambino lo sa quando dà il nome al suo cane. Lo chiama e il cane viene. Non è poco. I nomi suscitano le cose, richiamano in vita morti, ricordi e situazioni, definiscono, discriminano, consolano, vivono tra noi secondo regole ignote ma non si può, non si deve mettere in discussione il loro potere mantico, che è temibile e incute lo stesso reverenziale terrore che si prova di fronte alle cose che non si comprendono e ricorrono, come le sofferenze di Giobbe.  Ma ora voglio dirvi della Marangona. Il marangon è il carpentiere, il maestro d’ascia dedito alla riparazione degli scafi, per quasi mille anni lo strumento per procurarsi la sopravvivenza prima e la ricchezza poi, simbolo naturale dell’audacia, dell’intraprendenza dei mercanti-soldati che hanno fatto e retto e vissuto la millenaria Repubblica del Leone. Il marangon è un artigiano che con gesti secchi, lenti e precisi, scolpisce il mondo modellando il legno al fine di renderlo strumento di navigazione, dunque di viaggio, di esplorazione, di rischio: il guadagno e la perdita di Fleba il Fenicio.  I marangoni si tuffavano in acqua con una cima legata alla vita che li assicurava all’albero o alla falca della nave che si accingevano a calafatare. Il loro tuffo suggerì una metafora: riproduceva quello del marangon, un uccello che si tuffa in picchiata per afferrare il pesce che nuota sotto la superficie dell’acqua. Da qui il loro nome. Oggi, nel dialetto veneziano, designa ancora, spogliato di ogni intensità e dignità metaforica, il falegname, ma credo che ben pochi ne conoscano l’origine, dunque la verità. Perché questo le parole, senza volerlo, senza che nessuno lo chieda e tantomeno lo pretenda, raccontano: la verità, cioè il passato, che è lo specchio del presente che è la vita. Una campana che riempie la notte col suo richiamo, e di giorno ritma l’antico alternarsi di lavoro e di pause: la Marangona, colei che come gli a-capo dei versi sancisce le pause, che dispensa il sonno e la veglia; da bambino mi chiedevo se gli uccelli pescatori sapessero per una qualche magia a cosa aveva dato origine il loro perfetto, semplice tuffo.  La mia risposta infantile era sì, lo sapevano. Lo sapevano perché questa è ancora, malgrado la minaccia montante dei barchini superaccessoriati, una città di suoni e non di rumori. Lo sapevano perché la lingua suscita le cose indipendentemente dalla volontà di chi ne fa uso. Novalis, nel suo mirabile Monolog (1798, ma edito solo, a Berlino, nel 1845), ne ha ben descritto la natura segreta e spietata, il beffardo potere mantico.  Bisogna stare attenti quando si usano le parole. Perché sono potenti, temibili. Sono loro le più forti, e noi dobbiamo imparare a farci usare e attraversare dalla loro forza più che pretendere di asservirle. La poesia è questo. Il poeta non è tanto un signore della lingua quanto colui che dalla lingua sa farsi signoreggiare. Ma il poeta è anche colui che ha saputo sottoporsi alla tirannica disciplina di le mot juste. Cito un brano tratto da un saggio del 1913 di Ezra Pound, il poeta americano che da bambino vedevo passeggiare, alto e irraggiungibile, alle Zattere.  «Se un artista falsifica la sua relazione sulla natura dell’uomo, sulla propria natura, sulla natura del suo ideale di perfezione, sulla natura del suo ideale di questa e quell’altra cosa, del suo ideale di dio se dio esiste, o della forza vitale, o della natura del bene e del male se il bene e il male esistono, o sulla forza con la quale egli crede o non crede a una cosa o a un’altra, o del grado in cui egli soffre oppure è fatto lieto; se un artista falsifica i suoi referti su questi punti o qualsiasi altro punto, per potere uniformarsi al gusto del suo tempo, alle aspettative di un sovrano, alle convenienze di pregiudizi etici, allora quell’artista mente. Che egli menta per deliberata intenzione di mentire, o per trascuratezza, per pigrizia, per codardia, o per qualsiasi altro genere di negligenza, egli nondimeno mente e dovrebbe venire punito o disprezzato in proporzione alla gravità della sua offesa. […] Non c’è forse niente di peggio per un uomo che sapere di essere un uomo indegno, e sapere che vi è qualcun altro, fosse anche una sola persona, che lo sa.»  L’etica è l’ombra dell’estetica. Il senso di giustizia deriva naturalmente dalla bellezza che ci circonda, cioè quella di cui sappiamo circondarci, quella che la nostra mente o meglio ancora la nostra anima sa e riesce a comprendere e trattenere, sviluppare e rispecchiare. La bellezza è dovunque, come ogni altra cosa, come la stupidità, come il sole e la pioggia, o la fiamma di uno sguardo che ci sorprende nel metrò quando meno ce l’aspettiamo. “Beauty is truth, truth beauty, – that is all / Ye know on earth, and all ye need to know”.  Se penso alla città che ho lasciato ieri pomeriggio o alla Certosa di Pavia, e le confronto col paesaggio con cui ho convissuto per tre ore di autostrada, o alla periferia di Milano, mi chiedo cosa è successo al nostro senso estetico, perché abbiamo esiliato la bellezza, perché non sappiamo accostare una foglia d’acanto, con tutto quello che la foglia d’acanto rappresenta nella lunga e tormentata storia dell’Occidente, col profilo di una statua, con la quercia che muta voce e colore col mutare delle stagioni, perché la plastica e la latta e la fretta e il rumore hanno allontanato il gusto della parola precisa, che incide nel nostro sentire e lo muta fino a trasformarci, consegnandoci alla bava indeterminata dei notiziari e dei dibattiti radio-televisivi. Cosa è successo alla specie. Quanti sanno distinguere un endecasillabo nel fluire scombinato della chiacchiera, eppure, senza avvedercene, ne usiamo anche comprando un chilo di mele o una manciata di chiodi. Cosa è successo. E’ solo la ricorrente nostalgia del “bel tempo andato” che mi muove a dire queste cose, queste cose che, credo, tutti sentiamo? Dove sono finiti gli artigiani, gli innamorati della materia, i devoti dello strumento, sia l’ascia del carpentiere o lo stilo della scriba. Come è caduta la polvere, quando siamo stati separati dal nostro spavaldo desiderio di dire il vero a ogni costo, contro tutto e tutti, dove abbiamo perduto il coraggio di aderire, di più, di vivere la verità cantandone la durezza e la semplicità.  Un esempio per tutti. Quale narratore oggi, e penso soprattutto, data l’occasione, alla letteratura dedicata ai ragazzi o magari addirittura ai bambini, potrebbe far giocare a uno storpio il ruolo del Cattivo? Eppure un’antica saggezza suggerisce – e le tragedie di Shakespeare, i libri di Dickens, l’Isola del tesoro e il mondo intero lo raccontano – che un uomo severamente menomato dalla natura o dalla propria storia può forse più facilmente di altri portare rancore verso il prossimo, verso le cose perfino, di altri meno provati dalla sorte. Senza contare, poi, che la grammatica dell’immaginario infantile e collettivo da sempre tende ad abbinare, per ragioni, non me lo nascondo, fin troppo ovvie e dunque stupide, bruttezza a malvagità, menomazione fisica o psichica a pericolo. Pensate all’ansimare innaturale che annuncia la presenza di Dark Fener, l’eroe nero di Guerre Stellari.  E pensate alla lingua di cui Orwell paventava la venuta, Newspeak. Quella che sostituisce meccanicamente brutto con non bello. Non è poi così distante da certe minacciose abitudini del nostro tempo. Oggi chiamiamo lo storpio portatore di handicap, il cieco non vedente, lo spazzino operatore ecologico, le carceri casa di rieducazione, la cameriera collaboratrice domestica, il pellerossa nativo americano credendoci persone tanto sensibili, preoccupate di offendere il prossimo, ma quanti sanno che i pellerossa, tra loro, si chiamano il Popolo degli Uomini. Immaginate un romanzo in cui le parole storpio, cieco, spazzino, carceri, cameriera e pellerossa vengano sostituite con gli eufemismi burocratici oggi in voga.  Scrivere, dunque, ha a che fare col bisogno, anzi la necessità, di dire il vero, di aderire al vero. La verità mi sta a cuore, anche se spesso non ne sono all’altezza. Ma mi sta a cuore. E scrivere significa corteggiarla, e farsene servitore. Lasciarsi compenetrare dalla sua forza, dalla sua semplicità, dalla sua irriverenza. Per questo scrivere, come tutta l’arte, è cosa lieta. Per me ha sempre avuto a che fare con l’acqua, le differenti acque che ho prima nominato, la materia di cui siamo fatti. Perché noi siamo in buona misura H2O, anche se questo non sembra turbare la nostra coscienza.  L’acqua e la luce che riflette, il suono del suo sciacquio contro la fondamenta o le falche della barca. Il rumore della pioggia, l’odore della rugiada e della brina sui tetti, e come ho scritto in Polvere innamorata, “l’odore elettrico dell’aria dopo i temporali estivi”, che per me era e resta “l’odore della felicità”. E voglio concludere questa prima parte della relazione con una poesia di Brodskij (altro veneziano di adozione, come Pound) che dicendo degli spazi vuoti delle paludi baltiche (luogo natale del poeta) parla senza avvedersene della nostra laguna:  Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove onde grigie di zinco vengono a due a due; di qui tutte le rime, di qui la voce pallida che fra queste si arriccia, come il capello umido; se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio, ma battiti di tele, di persiane, di mani, bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani. In questi piatti paesi quello che difende dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo: l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.  Da tutto questo e da molto altro che per ragioni di tempo debbo tralasciare viene la mia fedeltà verso la parola precisa, che segna e incide, e verso le immagini e i silenzi di quei lenti luoghi fatti d’acqua, di ombre, di pietra e di spigoli smussati dall’incuria e dal vento umido; sì, da tutto questo viene il fiume di ossessioni che costituisce l’oggetto dei miei racconti: la leggerezza, il volo (le fiabe di Aznif e del Matto e l’Ippopota), la chiacchiera che contende al vuoto il dominio dello spazio e del tempo (il quarto elemento, dopo l’acqua, la luce e la pietra, di cui è fatta Venezia) e il corpo che si beffa dell’anima che racchiude (Quando ai veneziani crebbe la coda e, in minor misura, Aznif e la strega maldestra, dove a tutti crescono dei piedoni prima della gara di ballo del finale, o in All’ombra del lungo camino, in cui le malvagie SS si ricoprono di peli).  Da questo primo elenco ho tralasciato tre titoli: Tutto il tempo del mondo, Polvere innamorata e L’avventura di Ulisse. I primi due sono di ambientazione veneziana in modo forse più diretto di Quando ai veneziani crebbe la coda, mentre l’ultimo, che si trova in libreria da un paio di settimane, è un retelling dell’Odissea.  Tutto il tempo del mondo e Polvere innamorata hanno in comune, al di là dell’ambientazione lagunare prima e più ancora che “veneziana”, il tema dell’amicizia tra un ragazzino e un uomo adulto (puer e senex), di classe sociale “inferiore” a quella del ragazzo, ma dotato di una cultura profonda, di taglio non scientifico o letterario, ma sapienziale (questo elemento è presente anche in All’ombra del lungo camino dove il protagonista, un analfabeta sapiente, stringe amicizia con un ragazzo ebreo).  Ma la costante più autentica e riconoscibile, il marchio di fabbrica, la cifra stilistica che dà unità all’opera vibra altrove e solo marginalmente influenza la natura della materia narrata. Ha a che fare con le letture che mi hanno nutrito, che considero fisicamente parte dell’ambiente dove sono nato e cresciuto.  Innanzitutto una precisazione: le fiabe “classiche” le ho ascoltate fin da piccolo in inglese e in inglese, una volta alla settimana, dovevo riferirle a mio padre che il sabato pomeriggio mi dedicava un’ora per verificare i miei progressi nella lingua che riteneva strumento essenziale per considerarsi uomini di questo tempo. I ritmi aspri e consonantici del pensiero anglosassone sono così entrati a far parte del mio sentire da quando avevo sette, otto anni. E la forza delle metafore che hanno nel verbo il loro centro ha cominciato allora a impadronirsi di me. Rem tene verba sequentur. Questo il motto attraverso cui mi sono formato. In inglese suona Make it work, fallo funzionare, l’insieme di parole che adoperi per convogliare emozione e senso deve innanzitutto “funzionare”: come un motore consente all’auto di trasportarti così le parole debbono essere efficaci, muovere l’emozione e inquietare la percezione della realtà costringendo il lettore-ascoltatore a riconsiderarla sia pure in piccola parte.  Formarsi nello studio di una lingua straniera costringe a considerare il nesso suono-senso in modo curioso. Da estraneo, appunto. L’inglese, come ha intuito Savinio, è la lingua della rara stirpe degli uccelli, un cinguettio bisbetico e sfrontato; mentre l’italiano è la lingua dei putti appesi agli angoli degli stucchi delle case settecentesche, oppure è l’artiglio del toscano di Dante e di Machiavelli. Due lingue che comunque amo senza riserva, l’una conosciuta ascoltandone le fiabe l’altra nella vita di tutti i giorni. Ma ce n’è una terza, il dialetto veneziano. La lingua che usavo per giocare a calcio o a stampine nel cortile dell’Armando Diaz, la mia scuola elementare.  Forse vi ho appena detto una bugia. Non tanto la lingua di tutti i giorni e l’ascolto attento delle fiabe mi ha formato, quanto la lettura della poesia, nel senso più proprio di “pagine scritte in versi”. E’ sempre stata la poesia, infatti, a costringermi alla lettura e alla riflessione instancabile. La poesia italiana e quella inglese. E prima ancora un libro che considero il libro dei libri: l’Odissea. Anche l’Iliade mi affascinava, e credo ancora che i passi più esaltanti si trovino lì, però come libro la storia di Ulisse è imbattibile. Anche perché non si tratta di un poema arcaico, non è l’episodio-guerra che attraversa la vita dei personaggi ma il protagonista che attraversa gli episodi che la sorte gli impone. Un romanzo. E poi Ulisse è ad un tempo puer e senex, e a che fare con l’acqua, con l’àpeiron, il luogo senza confini. Tutte le specie di donne cercano di trattenerlo, ma nessuna lo ferma, né Nausicaa né Circe, né Calipso né le Sirene, perché l’isola, che è l’infanzia ed è il regno (con Penelope) è al centro del gorgo della sua identità.  Nella tarda adolescenza compresi che la migliore poesia della mia patria era finita nel 1321. Almeno per quanto mi riguardava. Il movimento petrarchista e l’Umanesimo mi annoiavano, e dovevo arrivare ai Sonetti del Foscolo, alle Grazie e ai Sepolcri per riaccendermi. Mentre la poesia inglese, a partire da Shakespeare mi affascinava e continua a farlo. Soprattutto quella americana, che da Whitman a Cummings, dalla Dickinson alla Bishop, da Pound a Stevens, da Frost a Lowell, costituisce per me il centro del vortice linguistico-emotivo che tiene insieme l’anima. Da qui il mio rifiuto per l’indugio (a distaste for lingering) espressivo, per lo stile decorato e maniacalmente compiaciuto di buona parte della tradizione italiana moderna che sembra ignorare, o meglio snobbare, le necessità di immediatezza filmica, di immagini rapide e nitide (l’una cosa richiama l’altra) e oscilla tra l’ornato letterario e la sciatteria commerciale.  La poesia – per natura – è una grande disturbatrice di significati, propone immagini aliene al comune sentire perché più vere, intense, rapide. Verità, intensità, rapidità. Sono proprio queste le caratteristiche “imaginifiche” del sentire poetico del secolo che sta per concludersi, del Secolo Americano. E queste caratteristiche credo almeno in parte di aver trasferito nelle mie fiabe.  Il nesso tra poesia e fiaba – o comunque narrazione che indica il bambino-ragazzo come lettore prediletto anche se non esclusivo – è vivo e particolarmente forte proprio nella cultura anglosassone. Molti poeti di spicco si sono distinti come narratori di fiabe e racconti per ragazzi: Hilaire Belloc, Robert Louis Stevenson, Rudyard Kipling, Walter De La Mare, Carl Sandburg, John Masefield, e.e.cummings, Randall Jarrell, Sylvia Plath, Ted Hughes, e l’elenco potrebbe continuare per una pagina intera. Ma tra tutti conviene soffermarsi sul nome di Sandburg, che racconta e anticipa lo spirito di cartoonia nelle memorabili Rootabaga Stories. Ed è anche una cartoonia sonora quella a cui fa riferimento Sandburg, un’icona musicale del mondo eccitato e impenetrabile del nostro tempo, fondato sulla velocità di produzione e percezione dei guizzi immaginativi, delle svolte (versi) di senso, dei salti di scena (cinema), e da un susseguirsi di intuizioni affettive che fino ai cartoni animati e ai peanuts erano esclusivo appannaggio del poeta puro.  Credo che la chiave di questa simpatia tra poesia e fiaba risieda nella dipendenza di entrambe dal ritmo e dalla follia che è rievocazione più o meno cosciente di incontri sacri – come ha scritto Auden -, incontri con persone, luoghi, situazioni che si reimpadroniscono di noi. La poesia – ha scritto qualcuno – consente all’uomo di prescindere dalle catene della razionalità e di venirne riscattato. Forse è un concetto più bello che vero, ma del vero in questo comunque c’è. Nella fiaba e nella poesia tutto può accadere perché il ritmo incalza e beffeggia il senso meglio della logica, perché il ritmo è in noi, impiantato nel corpo, nel battere del cuore, nell’alternarsi di inspirazione a espirazione, nel camminare. Perché noi siamo il ritmo, e i “versi”, le svolte del pensiero e del sentire, sono lì per ferire la nostra identità, la nostra quiete raggiunta nel metterci in relazione alla res, al mondo che ci circonda, e metterne così in discussione perfino la veridicità. “La bellezza non è il capriccio di un semidio / ma il colpo d’occhio rapace di un falegname” (Mandel’stam).  L’immaginazione organizza il mondo in scene, esclamazioni, aneddoti e sentimenti. La materia di cui siamo fatti. E la fiaba, il più sintetico, poetico, infantile e sofisticato modo di raccontare, cerca di rappresentare quel mondo suscitando immagini che ne suggeriscano (senza mai davvero dirne o, peggio, spiegarne) l’identità. Una fiaba, come una poesia, non riuscirà mai a raccontare la perfetta armonia racchiusa nel nuoto di un pescecane, ma come la sua pinna ne suggerirà la vita (che resta imperscrutabile e misteriosa) all’immaginazione del lettore. La poesia suggerisce, non dice. Quando vediamo la pinna nera sporgere dall’acqua siamo colti da un fremito di terrore, perché la mente sente lo squalo, e lo sente di più proprio perché gli occhi non lo vedono. Credo che una cosa del genere accada agli gnù quando annusano un leone. Un vago olezzo basta a mettere il branco al galoppo.  Mi piace concludere citandovi un paio di poesie che chiudono il mio ultimo lavoro dedicato ai bambini, Tarme d’estate. Sono due poesie con lo stesso soggetto, il gatto. La prima s’intitola Itaca, il nome di una gatta bianca che avevo qualche anno fa, la seconda invece si chiama Il gatto e anche se nel libretto non se ne fa menzione è dedicata alla gatta che ora vive con me, Teppa. Credo che ascoltandole, percependo quello che il loro ritmo suggerisce saprete qualcosa di questi due animali e sentirete, spero, in quale misura e in che senso partecipano al mistero della vita e al grande spettacolo dell’azione che tutto e tutti affraterna e travolge. E forse vi sentire una eco sia pure appena percettibile di quanto fin qui detto: una eco di Venezia, dell’Odissea, di cartoonia e dell’incedere di questo sacro, buffo animale in cui gli egizi riconoscevano il dio dell’arte.

Conferenza tenuta all’Università di Pavia il 24 marzo 1999 L’oggetto di una poesia consiste in una folla di sollecitazioni emotive rievocate, fra le quali rivestono la massima importanza i ricordi di incontri con esseri o eventi sacri. W.H. Auden Sono nato e cresciuto in un luogo d’acqua. L’acqua verde buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L’acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell’erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio. E sopra l’acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C’è anche la pietra delle isole, ridotte dall’abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio. Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull’orlo del precipizio ma per quella comica fortuna che protegge gli innocenti il vuoto li rifiuta e finché non lo vedono non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo, è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che dopo decenni di quest’abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d’acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva, anzi, credo sia più giusto dire che non ci è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria. Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata c’è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C’era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a dio non hanno i freni). Nel principio, dunque, ho respirato un’aria fatta di opposti. Pietra versus acqua, pieno versus vuoto, gravità versus leggerezza, luce e luce riflessa dall’acqua versus buio e nebbia impenetrabili (il buio della notte sulla laguna, la nebbia nei mattini invernali bagnati di freddo). Un ricordo tra tutti. Il suono della Marangona, i rintocchi di mezzanotte. Li aspettavo. Verso le undici e mezzo chiudevo il libro e spegnevo la luce e nel buio (la sciavo gli scuri aperti per vedere il riflesso della luna o del lampione sotto casa sul soffitto della camera) nel buio dicevo aspettavo. L’attesa è una delle cose più belle della vita. Nessuno, credo, saprebbe dire con precisione perché, ma tutti possono capirmi. E quando la campana del campanile di San Marco riempiva il silenzio del buio senza infrangerlo, con una dolcezza rotonda e piena, sapevo che era l’ora di lasciarsi scivolare via, nel sonno. La Marangona, un nome. E i nomi sono tutto. Come le parole, alcuni pensano che non contino, che solo i fatti contano. Non contano, forse, ma sono tutto. Ogni bambino lo sa quando dà il nome al suo cane. Lo chiama e il cane viene. Non è poco. I nomi suscitano le cose, richiamano in vita morti, ricordi e situazioni, definiscono, discriminano, consolano, vivono tra noi secondo regole ignote ma non si può, non si deve mettere in discussione il loro potere mantico, che è temibile e incute lo stesso reverenziale terrore che si prova di fronte alle cose che non si comprendono e ricorrono, come le sofferenze di Giobbe. Ma ora voglio dirvi della Marangona. Il marangon è il carpentiere, il maestro d’ascia dedito alla riparazione degli scafi, per quasi mille anni lo strumento per procurarsi la sopravvivenza prima e la ricchezza poi, simbolo naturale dell’audacia, dell’intraprendenza dei mercanti-soldati che hanno fatto e retto e vissuto la millenaria Repubblica del Leone. Il marangon è un artigiano che con gesti secchi, lenti e precisi, scolpisce il mondo modellando il legno al fine di renderlo strumento di navigazione, dunque di viaggio, di esplorazione, di rischio: il guadagno e la perdita di Fleba il Fenicio. I marangoni si tuffavano in acqua con una cima legata alla vita che li assicurava all’albero o alla falca della nave che si accingevano a calafatare. Il loro tuffo suggerì una metafora: riproduceva quello del marangon, un uccello che si tuffa in picchiata per afferrare il pesce che nuota sotto la superficie dell’acqua. Da qui il loro nome. Oggi, nel dialetto veneziano, designa ancora, spogliato di ogni intensità e dignità metaforica, il falegname, ma credo che ben pochi ne conoscano l’origine, dunque la verità. Perché questo le parole, senza volerlo, senza che nessuno lo chieda e tantomeno lo pretenda, raccontano: la verità, cioè il passato, che è lo specchio del presente che è la vita. Una campana che riempie la notte col suo richiamo, e di giorno ritma l’antico alternarsi di lavoro e di pause: la Marangona, colei che come gli a-capo dei versi sancisce le pause, che dispensa il sonno e la veglia; da bambino mi chiedevo se gli uccelli pescatori sapessero per una qualche magia a cosa aveva dato origine il loro perfetto, semplice tuffo. La mia risposta infantile era sì, lo sapevano. Lo sapevano perché questa è ancora, malgrado la minaccia montante dei barchini superaccessoriati, una città di suoni e non di rumori. Lo sapevano perché la lingua suscita le cose indipendentemente dalla volontà di chi ne fa uso. Novalis, nel suo mirabile Monolog (1798, ma edito solo, a Berlino, nel 1845), ne ha ben descritto la natura segreta e spietata, il beffardo potere mantico. Bisogna stare attenti quando si usano le parole. Perché sono potenti, temibili. Sono loro le più forti, e noi dobbiamo imparare a farci usare e attraversare dalla loro forza più che pretendere di asservirle. La poesia è questo. Il poeta non è tanto un signore della lingua quanto colui che dalla lingua sa farsi signoreggiare. Ma il poeta è anche colui che ha saputo sottoporsi alla tirannica disciplina di le mot juste. Cito un brano tratto da un saggio del 1913 di Ezra Pound, il poeta americano che da bambino vedevo passeggiare, alto e irraggiungibile, alle Zattere. «Se un artista falsifica la sua relazione sulla natura dell’uomo, sulla propria natura, sulla natura del suo ideale di perfezione, sulla natura del suo ideale di questa e quell’altra cosa, del suo ideale di dio se dio esiste, o della forza vitale, o della natura del bene e del male se il bene e il male esistono, o sulla forza con la quale egli crede o non crede a una cosa o a un’altra, o del grado in cui egli soffre oppure è fatto lieto; se un artista falsifica i suoi referti su questi punti o qualsiasi altro punto, per potere uniformarsi al gusto del suo tempo, alle aspettative di un sovrano, alle convenienze di pregiudizi etici, allora quell’artista mente. Che egli menta per deliberata intenzione di mentire, o per trascuratezza, per pigrizia, per codardia, o per qualsiasi altro genere di negligenza, egli nondimeno mente e dovrebbe venire punito o disprezzato in proporzione alla gravità della sua offesa. […] Non c’è forse niente di peggio per un uomo che sapere di essere un uomo indegno, e sapere che vi è qualcun altro, fosse anche una sola persona, che lo sa.» L’etica è l’ombra dell’estetica. Il senso di giustizia deriva naturalmente dalla bellezza che ci circonda, cioè quella di cui sappiamo circondarci, quella che la nostra mente o meglio ancora la nostra anima sa e riesce a comprendere e trattenere, sviluppare e rispecchiare. La bellezza è dovunque, come ogni altra cosa, come la stupidità, come il sole e la pioggia, o la fiamma di uno sguardo che ci sorprende nel metrò quando meno ce l’aspettiamo. “Beauty is truth, truth beauty, – that is all / Ye know on earth, and all ye need to know”. Se penso alla città che ho lasciato ieri pomeriggio o alla Certosa di Pavia, e le confronto col paesaggio con cui ho convissuto per tre ore di autostrada, o alla periferia di Milano, mi chiedo cosa è successo al nostro senso estetico, perché abbiamo esiliato la bellezza, perché non sappiamo accostare una foglia d’acanto, con tutto quello che la foglia d’acanto rappresenta nella lunga e tormentata storia dell’Occidente, col profilo di una statua, con la quercia che muta voce e colore col mutare delle stagioni, perché la plastica e la latta e la fretta e il rumore hanno allontanato il gusto della parola precisa, che incide nel nostro sentire e lo muta fino a trasformarci, consegnandoci alla bava indeterminata dei notiziari e dei dibattiti radio-televisivi. Cosa è successo alla specie. Quanti sanno distinguere un endecasillabo nel fluire scombinato della chiacchiera, eppure, senza avvedercene, ne usiamo anche comprando un chilo di mele o una manciata di chiodi. Cosa è successo. E’ solo la ricorrente nostalgia del “bel tempo andato” che mi muove a dire queste cose, queste cose che, credo, tutti sentiamo? Dove sono finiti gli artigiani, gli innamorati della materia, i devoti dello strumento, sia l’ascia del carpentiere o lo stilo della scriba. Come è caduta la polvere, quando siamo stati separati dal nostro spavaldo desiderio di dire il vero a ogni costo, contro tutto e tutti, dove abbiamo perduto il coraggio di aderire, di più, di vivere la verità cantandone la durezza e la semplicità. Un esempio per tutti. Quale narratore oggi, e penso soprattutto, data l’occasione, alla letteratura dedicata ai ragazzi o magari addirittura ai bambini, potrebbe far giocare a uno storpio il ruolo del Cattivo? Eppure un’antica saggezza suggerisce – e le tragedie di Shakespeare, i libri di Dickens, l’Isola del tesoro e il mondo intero lo raccontano – che un uomo severamente menomato dalla natura o dalla propria storia può forse più facilmente di altri portare rancore verso il prossimo, verso le cose perfino, di altri meno provati dalla sorte. Senza contare, poi, che la grammatica dell’immaginario infantile e collettivo da sempre tende ad abbinare, per ragioni, non me lo nascondo, fin troppo ovvie e dunque stupide, bruttezza a malvagità, menomazione fisica o psichica a pericolo. Pensate all’ansimare innaturale che annuncia la presenza di Dark Fener, l’eroe nero di Guerre Stellari. E pensate alla lingua di cui Orwell paventava la venuta, Newspeak. Quella che sostituisce meccanicamente brutto con non bello. Non è poi così distante da certe minacciose abitudini del nostro tempo. Oggi chiamiamo lo storpio portatore di handicap, il cieco non vedente, lo spazzino operatore ecologico, le carceri casa di rieducazione, la cameriera collaboratrice domestica, il pellerossa nativo americano credendoci persone tanto sensibili, preoccupate di offendere il prossimo, ma quanti sanno che i pellerossa, tra loro, si chiamano il Popolo degli Uomini. Immaginate un romanzo in cui le parole storpio, cieco, spazzino, carceri, cameriera e pellerossa vengano sostituite con gli eufemismi burocratici oggi in voga. Scrivere, dunque, ha a che fare col bisogno, anzi la necessità, di dire il vero, di aderire al vero. La verità mi sta a cuore, anche se spesso non ne sono all’altezza. Ma mi sta a cuore. E scrivere significa corteggiarla, e farsene servitore. Lasciarsi compenetrare dalla sua forza, dalla sua semplicità, dalla sua irriverenza. Per questo scrivere, come tutta l’arte, è cosa lieta. Per me ha sempre avuto a che fare con l’acqua, le differenti acque che ho prima nominato, la materia di cui siamo fatti. Perché noi siamo in buona misura H2O, anche se questo non sembra turbare la nostra coscienza. L’acqua e la luce che riflette, il suono del suo sciacquio contro la fondamenta o le falche della barca. Il rumore della pioggia, l’odore della rugiada e della brina sui tetti, e come ho scritto in Polvere innamorata, “l’odore elettrico dell’aria dopo i temporali estivi”, che per me era e resta “l’odore della felicità”. E voglio concludere questa prima parte della relazione con una poesia di Brodskij (altro veneziano di adozione, come Pound) che dicendo degli spazi vuoti delle paludi baltiche (luogo natale del poeta) parla senza avvedersene della nostra laguna: Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove onde grigie di zinco vengono a due a due; di qui tutte le rime, di qui la voce pallida che fra queste si arriccia, come il capello umido; se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio, ma battiti di tele, di persiane, di mani, bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani. In questi piatti paesi quello che difende dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo: l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco. Da tutto questo e da molto altro che per ragioni di tempo debbo tralasciare viene la mia fedeltà verso la parola precisa, che segna e incide, e verso le immagini e i silenzi di quei lenti luoghi fatti d’acqua, di ombre, di pietra e di spigoli smussati dall’incuria e dal vento umido; sì, da tutto questo viene il fiume di ossessioni che costituisce l’oggetto dei miei racconti: la leggerezza, il volo (le fiabe di Aznif e del Matto e l’Ippopota), la chiacchiera che contende al vuoto il dominio dello spazio e del tempo (il quarto elemento, dopo l’acqua, la luce e la pietra, di cui è fatta Venezia) e il corpo che si beffa dell’anima che racchiude (Quando ai veneziani crebbe la coda e, in minor misura, Aznif e la strega maldestra, dove a tutti crescono dei piedoni prima della gara di ballo del finale, o in All’ombra del lungo camino, in cui le malvagie SS si ricoprono di peli). Da questo primo elenco ho tralasciato tre titoli: Tutto il tempo del mondo, Polvere innamorata e L’avventura di Ulisse. I primi due sono di ambientazione veneziana in modo forse più diretto di Quando ai veneziani crebbe la coda, mentre l’ultimo, che si trova in libreria da un paio di settimane, è un retelling dell’Odissea. Tutto il tempo del mondo e Polvere innamorata hanno in comune, al di là dell’ambientazione lagunare prima e più ancora che “veneziana”, il tema dell’amicizia tra un ragazzino e un uomo adulto (puer e senex), di classe sociale “inferiore” a quella del ragazzo, ma dotato di una cultura profonda, di taglio non scientifico o letterario, ma sapienziale (questo elemento è presente anche in All’ombra del lungo camino dove il protagonista, un analfabeta sapiente, stringe amicizia con un ragazzo ebreo). Ma la costante più autentica e riconoscibile, il marchio di fabbrica, la cifra stilistica che dà unità all’opera vibra altrove e solo marginalmente influenza la natura della materia narrata. Ha a che fare con le letture che mi hanno nutrito, che considero fisicamente parte dell’ambiente dove sono nato e cresciuto. Innanzitutto una precisazione: le fiabe “classiche” le ho ascoltate fin da piccolo in inglese e in inglese, una volta alla settimana, dovevo riferirle a mio padre che il sabato pomeriggio mi dedicava un’ora per verificare i miei progressi nella lingua che riteneva strumento essenziale per considerarsi uomini di questo tempo. I ritmi aspri e consonantici del pensiero anglosassone sono così entrati a far parte del mio sentire da quando avevo sette, otto anni. E la forza delle metafore che hanno nel verbo il loro centro ha cominciato allora a impadronirsi di me. Rem tene verba sequentur. Questo il motto attraverso cui mi sono formato. In inglese suona Make it work, fallo funzionare, l’insieme di parole che adoperi per convogliare emozione e senso deve innanzitutto “funzionare”: come un motore consente all’auto di trasportarti così le parole debbono essere efficaci, muovere l’emozione e inquietare la percezione della realtà costringendo il lettore-ascoltatore a riconsiderarla sia pure in piccola parte. Formarsi nello studio di una lingua straniera costringe a considerare il nesso suono-senso in modo curioso. Da estraneo, appunto. L’inglese, come ha intuito Savinio, è la lingua della rara stirpe degli uccelli, un cinguettio bisbetico e sfrontato; mentre l’italiano è la lingua dei putti appesi agli angoli degli stucchi delle case settecentesche, oppure è l’artiglio del toscano di Dante e di Machiavelli. Due lingue che comunque amo senza riserva, l’una conosciuta ascoltandone le fiabe l’altra nella vita di tutti i giorni. Ma ce n’è una terza, il dialetto veneziano. La lingua che usavo per giocare a calcio o a stampine nel cortile dell’Armando Diaz, la mia scuola elementare. Forse vi ho appena detto una bugia. Non tanto la lingua di tutti i giorni e l’ascolto attento delle fiabe mi ha formato, quanto la lettura della poesia, nel senso più proprio di “pagine scritte in versi”. E’ sempre stata la poesia, infatti, a costringermi alla lettura e alla riflessione instancabile. La poesia italiana e quella inglese. E prima ancora un libro che considero il libro dei libri: l’Odissea. Anche l’Iliade mi affascinava, e credo ancora che i passi più esaltanti si trovino lì, però come libro la storia di Ulisse è imbattibile. Anche perché non si tratta di un poema arcaico, non è l’episodio-guerra che attraversa la vita dei personaggi ma il protagonista che attraversa gli episodi che la sorte gli impone. Un romanzo. E poi Ulisse è ad un tempo puer e senex, e a che fare con l’acqua, con l’àpeiron, il luogo senza confini. Tutte le specie di donne cercano di trattenerlo, ma nessuna lo ferma, né Nausicaa né Circe, né Calipso né le Sirene, perché l’isola, che è l’infanzia ed è il regno (con Penelope) è al centro del gorgo della sua identità. Nella tarda adolescenza compresi che la migliore poesia della mia patria era finita nel 1321. Almeno per quanto mi riguardava. Il movimento petrarchista e l’Umanesimo mi annoiavano, e dovevo arrivare ai Sonetti del Foscolo, alle Grazie e ai Sepolcri per riaccendermi. Mentre la poesia inglese, a partire da Shakespeare mi affascinava e continua a farlo. Soprattutto quella americana, che da Whitman a Cummings, dalla Dickinson alla Bishop, da Pound a Stevens, da Frost a Lowell, costituisce per me il centro del vortice linguistico-emotivo che tiene insieme l’anima. Da qui il mio rifiuto per l’indugio (a distaste for lingering) espressivo, per lo stile decorato e maniacalmente compiaciuto di buona parte della tradizione italiana moderna che sembra ignorare, o meglio snobbare, le necessità di immediatezza filmica, di immagini rapide e nitide (l’una cosa richiama l’altra) e oscilla tra l’ornato letterario e la sciatteria commerciale. La poesia – per natura – è una grande disturbatrice di significati, propone immagini aliene al comune sentire perché più vere, intense, rapide. Verità, intensità, rapidità. Sono proprio queste le caratteristiche “imaginifiche” del sentire poetico del secolo che sta per concludersi, del Secolo Americano. E queste caratteristiche credo almeno in parte di aver trasferito nelle mie fiabe. Il nesso tra poesia e fiaba – o comunque narrazione che indica il bambino-ragazzo come lettore prediletto anche se non esclusivo – è vivo e particolarmente forte proprio nella cultura anglosassone. Molti poeti di spicco si sono distinti come narratori di fiabe e racconti per ragazzi: Hilaire Belloc, Robert Louis Stevenson, Rudyard Kipling, Walter De La Mare, Carl Sandburg, John Masefield, e.e.cummings, Randall Jarrell, Sylvia Plath, Ted Hughes, e l’elenco potrebbe continuare per una pagina intera. Ma tra tutti conviene soffermarsi sul nome di Sandburg, che racconta e anticipa lo spirito di cartoonia nelle memorabili Rootabaga Stories. Ed è anche una cartoonia sonora quella a cui fa riferimento Sandburg, un’icona musicale del mondo eccitato e impenetrabile del nostro tempo, fondato sulla velocità di produzione e percezione dei guizzi immaginativi, delle svolte (versi) di senso, dei salti di scena (cinema), e da un susseguirsi di intuizioni affettive che fino ai cartoni animati e ai peanuts erano esclusivo appannaggio del poeta puro. Credo che la chiave di questa simpatia tra poesia e fiaba risieda nella dipendenza di entrambe dal ritmo e dalla follia che è rievocazione più o meno cosciente di incontri sacri – come ha scritto Auden -, incontri con persone, luoghi, situazioni che si reimpadroniscono di noi. La poesia – ha scritto qualcuno – consente all’uomo di prescindere dalle catene della razionalità e di venirne riscattato. Forse è un concetto più bello che vero, ma del vero in questo comunque c’è. Nella fiaba e nella poesia tutto può accadere perché il ritmo incalza e beffeggia il senso meglio della logica, perché il ritmo è in noi, impiantato nel corpo, nel battere del cuore, nell’alternarsi di inspirazione a espirazione, nel camminare. Perché noi siamo il ritmo, e i “versi”, le svolte del pensiero e del sentire, sono lì per ferire la nostra identità, la nostra quiete raggiunta nel metterci in relazione alla res, al mondo che ci circonda, e metterne così in discussione perfino la veridicità. “La bellezza non è il capriccio di un semidio / ma il colpo d’occhio rapace di un falegname” (Mandel’stam). L’immaginazione organizza il mondo in scene, esclamazioni, aneddoti e sentimenti. La materia di cui siamo fatti. E la fiaba, il più sintetico, poetico, infantile e sofisticato modo di raccontare, cerca di rappresentare quel mondo suscitando immagini che ne suggeriscano (senza mai davvero dirne o, peggio, spiegarne) l’identità. Una fiaba, come una poesia, non riuscirà mai a raccontare la perfetta armonia racchiusa nel nuoto di un pescecane, ma come la sua pinna ne suggerirà la vita (che resta imperscrutabile e misteriosa) all’immaginazione del lettore. La poesia suggerisce, non dice. Quando vediamo la pinna nera sporgere dall’acqua siamo colti da un fremito di terrore, perché la mente sente lo squalo, e lo sente di più proprio perché gli occhi non lo vedono. Credo che una cosa del genere accada agli gnù quando annusano un leone. Un vago olezzo basta a mettere il branco al galoppo. Mi piace concludere citandovi un paio di poesie che chiudono il mio ultimo lavoro dedicato ai bambini, Tarme d’estate. Sono due poesie con lo stesso soggetto, il gatto. La prima s’intitola Itaca, il nome di una gatta bianca che avevo qualche anno fa, la seconda invece si chiama Il gatto e anche se nel libretto non se ne fa menzione è dedicata alla gatta che ora vive con me, Teppa. Credo che ascoltandole, percependo quello che il loro ritmo suggerisce saprete qualcosa di questi due animali e sentirete, spero, in quale misura e in che senso partecipano al mistero della vita e al grande spettacolo dell’azione che tutto e tutti affraterna e travolge. E forse vi sentire una eco sia pure appena percettibile di quanto fin qui detto: una eco di Venezia, dell’Odissea, di cartoonia e dell’incedere di questo sacro, buffo animale in cui gli egizi riconoscevano il dio dell’arte.

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13 luglio 2014 7 13 /07 /luglio /2014 13:44
Il cibo italiano per eccellenza? La pizza, verrebbe da dire, oppure la pasta. Leggendo Il genio del gusto dovremo forse ricrederci, e scoprire come la nostra cucina sia stata in grado di accogliere lavorazioni e ingredienti da tutto il mondo per reinventarli e farli propri, costruendo attorno al cibo una cultura originale e una identità collettiva. Si svelano così le origini sorprendenti dei grandi protagonisti della gastronomia italiana: veniamo a sapere che la pasta ha origini arabe, che la pizza era preparata già dagli antichi greci, e che quando facciamo colazione al bar con caffè e croissant assaporiamo una bevanda turca accompagnata a un dolcetto che simboleggia la bandiera ottomana. Perché la cucina è sempre contaminazione, e migliora viaggiando e incontrando il diverso. La grandezza del genio italiano è stata – ed è ancora – nel reinterpretare l'esotico, mescolarlo col casalingo e poi diffonderlo in tutto il mondo: la forchetta arriva a Venezia da Bisanzio ma è dall'Italia che si diffonde per il resto d'Europa; i bufali giungono in Campania e nel Lazio dall'Asia e poi la mozzarella conquista tutti i continenti; il barolo diventa il vino dei re e la produzione di prosecco si sta avvicinando a quella dello champagne. Ma Alessandro Marzo Magno racconta anche storie di innovazione e coraggio imprenditoriale tutte italiane: il carpaccio, inventato nel 1963 da Giuseppe Cipriani fondatore dell'Harry's Bar a Venezia; la macchinetta per il caffè espresso, nata dall'inventiva di un fonditore di alluminio che osservava la moglie fare il bucato; e la Nutella, il cui primo barattolo uscì dalle linee della Ferrero, ad Alba, il 20 aprile 1964, esattamente cinquant'anni fa. Il genio del gusto descrive così in che modo il mangiare italiano è riuscito a conquistare il mondo, imponendosi ovunque come sinonimo di qualità, di benessere e di autenticità.

Il cibo italiano per eccellenza? La pizza, verrebbe da dire, oppure la pasta. Leggendo Il genio del gusto dovremo forse ricrederci, e scoprire come la nostra cucina sia stata in grado di accogliere lavorazioni e ingredienti da tutto il mondo per reinventarli e farli propri, costruendo attorno al cibo una cultura originale e una identità collettiva. Si svelano così le origini sorprendenti dei grandi protagonisti della gastronomia italiana: veniamo a sapere che la pasta ha origini arabe, che la pizza era preparata già dagli antichi greci, e che quando facciamo colazione al bar con caffè e croissant assaporiamo una bevanda turca accompagnata a un dolcetto che simboleggia la bandiera ottomana. Perché la cucina è sempre contaminazione, e migliora viaggiando e incontrando il diverso. La grandezza del genio italiano è stata – ed è ancora – nel reinterpretare l'esotico, mescolarlo col casalingo e poi diffonderlo in tutto il mondo: la forchetta arriva a Venezia da Bisanzio ma è dall'Italia che si diffonde per il resto d'Europa; i bufali giungono in Campania e nel Lazio dall'Asia e poi la mozzarella conquista tutti i continenti; il barolo diventa il vino dei re e la produzione di prosecco si sta avvicinando a quella dello champagne. Ma Alessandro Marzo Magno racconta anche storie di innovazione e coraggio imprenditoriale tutte italiane: il carpaccio, inventato nel 1963 da Giuseppe Cipriani fondatore dell'Harry's Bar a Venezia; la macchinetta per il caffè espresso, nata dall'inventiva di un fonditore di alluminio che osservava la moglie fare il bucato; e la Nutella, il cui primo barattolo uscì dalle linee della Ferrero, ad Alba, il 20 aprile 1964, esattamente cinquant'anni fa. Il genio del gusto descrive così in che modo il mangiare italiano è riuscito a conquistare il mondo, imponendosi ovunque come sinonimo di qualità, di benessere e di autenticità.

Alessandro Marzo Magno è nato a Venezia un giorno di settembre del 1962.  Laureato in storia, emigrato nel 1990, ha gironzolato prima a Vicenza, poi a Trieste, con puntate a Gorizia e Vienna, quindi a Milano, dove vive tuttora.  Giornalista, è stato più volte nei Balcani durante il conflitto che ha dilaniato l'ex Jugoslavia dal 1991 al 2001. Ha lavorato in vari quotidiani, quindi è stato per dieci anni il responsabile degli esteri del settimanale "Diario". Ora collabora con "Focus Storia" e con la pagina food del sito del "Sole 24 Ore". Scrive libri, ne ha pubblicati undici, e il penultimo "L'invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano", si è rivelato un successo oltre ogni aspettativa. In aprile è uscito "Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo" (Garzanti).  A Trieste ha conosciuto Mirjam che è diventata sua moglie e hanno aumentato la popolazione terrestre prima di una unità (Marco, gennaio 1998), poi di una ulteriore (Peter, 2000).  Lì si sono fermati. Apprezza il buon vino, la buona tavola, le buone letture. Gli altri apprezzano la sua cucina, soprattutto il risotto.

Alessandro Marzo Magno è nato a Venezia un giorno di settembre del 1962. Laureato in storia, emigrato nel 1990, ha gironzolato prima a Vicenza, poi a Trieste, con puntate a Gorizia e Vienna, quindi a Milano, dove vive tuttora. Giornalista, è stato più volte nei Balcani durante il conflitto che ha dilaniato l'ex Jugoslavia dal 1991 al 2001. Ha lavorato in vari quotidiani, quindi è stato per dieci anni il responsabile degli esteri del settimanale "Diario". Ora collabora con "Focus Storia" e con la pagina food del sito del "Sole 24 Ore". Scrive libri, ne ha pubblicati undici, e il penultimo "L'invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano", si è rivelato un successo oltre ogni aspettativa. In aprile è uscito "Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo" (Garzanti). A Trieste ha conosciuto Mirjam che è diventata sua moglie e hanno aumentato la popolazione terrestre prima di una unità (Marco, gennaio 1998), poi di una ulteriore (Peter, 2000). Lì si sono fermati. Apprezza il buon vino, la buona tavola, le buone letture. Gli altri apprezzano la sua cucina, soprattutto il risotto.

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8 luglio 2014 2 08 /07 /luglio /2014 15:25
“Il segreto delle stelle bianche” è il romanzo d’esordio della statunitense Emily Murdock, Feltrinelli l’ha inserito nella collana dedicata ai ragazzi, ma, a nostro avviso, questa storia merita di essere letta anche da chi ragazzo non è più. Carey e Jenessa, sono due bambine, che si amano alla follia e che la vita ha fortemente provato: la loro mamma le ha fatte crescere in un bosco e le ha lasciate sole a badare a se stesse per poi abbandonarle del tutto. In un attimo di lucidità dalle droghe e dall’alcool, scrive una lettera al suo ex marito dicendogli dove trovare le bambine. Ecco il romanzo inizia quando Carey, che ormai ha quattordici anni, capisce che le persone che sono arrivate nel bosco, vogliono portarle via di lì e forse separarle. Nonostante la diffidenza e la paura, fa di tutto per dare delle sicurezze alla piccola sorellina Jenessa e in fondo al cuore spera che le cose vadano bene. D’ora in avanti la vita cambia, ci saranno nuove persone e nuove esperienze. Carey, passo dopo passo, capisce cosa siano l’amore, la vita nella società e la famiglia: il padre che credeva violento, perché i ricordi erano quelli di una mamma instabile e drogata, la ama e la accoglie assieme alla sorella. Ma soprattutto questo papà sconosciuto le lascia il suo tempo, le cammina a fianco e aspetta che sia lei a raccontargli cosa è accaduto, a lei e Jenessa, nel bosco. Perché Carey fatica a fidarsi delle persone e perché Jenessa non parla? Leggendo questa confessione a piene mani entrerete nel cuore di una “ragazza” dolce, tenace, intelligente e capace di affrontare le difficoltà della vita con coraggio e determinazione. Un romanzo di formazione e nel contempo una storia intensa in cui la speranza è la parola d’ordine.

“Il segreto delle stelle bianche” è il romanzo d’esordio della statunitense Emily Murdock, Feltrinelli l’ha inserito nella collana dedicata ai ragazzi, ma, a nostro avviso, questa storia merita di essere letta anche da chi ragazzo non è più. Carey e Jenessa, sono due bambine, che si amano alla follia e che la vita ha fortemente provato: la loro mamma le ha fatte crescere in un bosco e le ha lasciate sole a badare a se stesse per poi abbandonarle del tutto. In un attimo di lucidità dalle droghe e dall’alcool, scrive una lettera al suo ex marito dicendogli dove trovare le bambine. Ecco il romanzo inizia quando Carey, che ormai ha quattordici anni, capisce che le persone che sono arrivate nel bosco, vogliono portarle via di lì e forse separarle. Nonostante la diffidenza e la paura, fa di tutto per dare delle sicurezze alla piccola sorellina Jenessa e in fondo al cuore spera che le cose vadano bene. D’ora in avanti la vita cambia, ci saranno nuove persone e nuove esperienze. Carey, passo dopo passo, capisce cosa siano l’amore, la vita nella società e la famiglia: il padre che credeva violento, perché i ricordi erano quelli di una mamma instabile e drogata, la ama e la accoglie assieme alla sorella. Ma soprattutto questo papà sconosciuto le lascia il suo tempo, le cammina a fianco e aspetta che sia lei a raccontargli cosa è accaduto, a lei e Jenessa, nel bosco. Perché Carey fatica a fidarsi delle persone e perché Jenessa non parla? Leggendo questa confessione a piene mani entrerete nel cuore di una “ragazza” dolce, tenace, intelligente e capace di affrontare le difficoltà della vita con coraggio e determinazione. Un romanzo di formazione e nel contempo una storia intensa in cui la speranza è la parola d’ordine.

Emily Murdoch vive nel deserto dell’Arizona con il marito, dove gestisce un ricovero per cavalli e asini salvati dal macello. Il segreto delle stelle bianche (Feltrinelli, 2014), il suo primo romanzo, è stato accolto entusiasticamente dalla stampa americana e i diritti di pubblicazione sono stati venduti in sette paesi.

Emily Murdoch vive nel deserto dell’Arizona con il marito, dove gestisce un ricovero per cavalli e asini salvati dal macello. Il segreto delle stelle bianche (Feltrinelli, 2014), il suo primo romanzo, è stato accolto entusiasticamente dalla stampa americana e i diritti di pubblicazione sono stati venduti in sette paesi.

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 22:45
“Indio”, il nuovo libro di Franco Perlotto (edizione Alpine Studio),  è una storia che trae spunto da fatti realmente accaduti, con il sapore della spy story. Una narrazione rimasta nel cassetto dell’autore, notissimo agli appassionati della letteratura di montagna e di viaggio, per quasi trent’anni e che nasce dall’incontro-scontro di Perlotto con il protagonista di queste pagine – Urimàn appunto. L’autore non vuole svelare quanto ci sia di proiezione propria e quanto ci sia di realmente esistito nel suo personaggio.  A leggere osserviamo che: era il 1985 ad Esmeralda, no man’s land, terra desolata e abitata solo da zanzare, dove svetta il monte Duida, la Montagna del Diavolo, meta di Perlotto che voleva visitarne ancora una volta gli anfratti rocciosi: un Urimàn – invecchiato, stanco e solitario – fa dono della sua strabiliante e avvincente storia ad un giovane connazionale che, con uno straordinario bagaglio di conoscenza, di storia, geografia e politica locale sa interpretarne silenzi e parole.  La forma romanzo ovviamente aiuta: a fare esplodere la vicenda, a dare colore, a regalarla ad un tempo eterno, quello del mito. Romanzo a più piani e con mille snodi, “Indio” conduce poi il lettore dall’Amazzonia alle Piccole Dolomiti per ripercorrere i passi della storia italiana di Gramolòn: un figlio perso sulle montagne, un uomo capace di un amore mai inverato, vittima del dolore di una ferita che non ha mai potuto rimarginarsi.  C’è il verde della Gran Sabana, gli animali selvaggi, i mille colori delle cascate, il rumore dell’acqua che s’infrange sulle rocce, il profumo dei fiori, l’afa, i moscerini, la natura respingente che è il vero scenario variegato di questo romanzo. La rivoluzione nella quale Gramolòn si era arruolato e nemmeno “la nazione indigena dell’Amazzonia” ebbe mai luogo ma in “Indio”, da oggi in libreria,  la speranza di poter fischiettare “Venceremos” rimane fino all’ultima pagina.

“Indio”, il nuovo libro di Franco Perlotto (edizione Alpine Studio), è una storia che trae spunto da fatti realmente accaduti, con il sapore della spy story. Una narrazione rimasta nel cassetto dell’autore, notissimo agli appassionati della letteratura di montagna e di viaggio, per quasi trent’anni e che nasce dall’incontro-scontro di Perlotto con il protagonista di queste pagine – Urimàn appunto. L’autore non vuole svelare quanto ci sia di proiezione propria e quanto ci sia di realmente esistito nel suo personaggio. A leggere osserviamo che: era il 1985 ad Esmeralda, no man’s land, terra desolata e abitata solo da zanzare, dove svetta il monte Duida, la Montagna del Diavolo, meta di Perlotto che voleva visitarne ancora una volta gli anfratti rocciosi: un Urimàn – invecchiato, stanco e solitario – fa dono della sua strabiliante e avvincente storia ad un giovane connazionale che, con uno straordinario bagaglio di conoscenza, di storia, geografia e politica locale sa interpretarne silenzi e parole. La forma romanzo ovviamente aiuta: a fare esplodere la vicenda, a dare colore, a regalarla ad un tempo eterno, quello del mito. Romanzo a più piani e con mille snodi, “Indio” conduce poi il lettore dall’Amazzonia alle Piccole Dolomiti per ripercorrere i passi della storia italiana di Gramolòn: un figlio perso sulle montagne, un uomo capace di un amore mai inverato, vittima del dolore di una ferita che non ha mai potuto rimarginarsi. C’è il verde della Gran Sabana, gli animali selvaggi, i mille colori delle cascate, il rumore dell’acqua che s’infrange sulle rocce, il profumo dei fiori, l’afa, i moscerini, la natura respingente che è il vero scenario variegato di questo romanzo. La rivoluzione nella quale Gramolòn si era arruolato e nemmeno “la nazione indigena dell’Amazzonia” ebbe mai luogo ma in “Indio”, da oggi in libreria, la speranza di poter fischiettare “Venceremos” rimane fino all’ultima pagina.

Si definisce “eterno vagabondo”, è guida alpina, viaggiatore, giornalista. Ha visitato una cinquantina di paesi in tutto il mondo e ha scalato alcune migliaia di montagne, molte delle quali da solo. Ha vissuto per tre anni con gli indios Yanomami nella foresta brasiliana e per quattro anni ha coordinato un programma del Ministero degli Esteri contro gli incendi forestali in Amazzonia. Ha operato in missioni umanitarie in Afghanistan, Palestina, Ciad, Bosnia, Zaire, Rwanda, Sudan, Congo, Sri Lanka e Brasile.

Si definisce “eterno vagabondo”, è guida alpina, viaggiatore, giornalista. Ha visitato una cinquantina di paesi in tutto il mondo e ha scalato alcune migliaia di montagne, molte delle quali da solo. Ha vissuto per tre anni con gli indios Yanomami nella foresta brasiliana e per quattro anni ha coordinato un programma del Ministero degli Esteri contro gli incendi forestali in Amazzonia. Ha operato in missioni umanitarie in Afghanistan, Palestina, Ciad, Bosnia, Zaire, Rwanda, Sudan, Congo, Sri Lanka e Brasile.

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 08:30

Si può parlare di qualcosa senza mai davvero descriverlo?
Leggendo Il ricordo dell'amore sembrerebbe di sì, perché questo romanzo vuole parlare della guerra civile in Sierra Leone senza averla mai in primo piano. E ci riesce benissimo.

Il ricordo dell'amore segue le vicende, e i ricordi, di più personaggi comprimari. C'è il vecchio professore Elias Cole, che racconta del suo amore ossessivo nei confronti della bella Saffia e dell'amicizia col marito di lei, Julian. C'è Adrian, uno psicologo inglese arrivato in Sierra Leone per tentare di curare le molte persone affette da DPTS (disturbo post traumatico da stress). C'è Kai, un chirurgo locale perseguitato da intimi che non lo lasciano dormire. C'è Mamakay, di non ci si può non innamorare. E poi ce ne sono altri, ognuno con il suo pezzo di storia.

E mentre queste vite s'intrecciano lungo la storia narrata in quasi settecento pagine, sullo sfondo s'intravede la guerra.


La guerra è una protagonista silente, in questo libro. Non viene mai raccontata direttamente, ma ognuno ha dei ricordi che la fanno riemergere, in un modo o nell'altro. E questo rende tutto più brutale. Perché se alle immagini di guerriglia siamo abituati dai telegiornali, non possiamo dire altrettanto per i risvolti che queste lotte interne hanno sulle singole persone.

Ne esce un romanzo che a tratti è duro, struggente.
E' anche un romanzo che appassiona. La scrittura splendida dell'autrice trascina il lettore in questo mare di ricordi e di sentimenti. Si rimane catturati. Ci si ritrova intenti a voler spiare Saffia proprio come fa Elias. Si vorrebbe sussurrare un incoraggiamento ad Adrian, che ha momenti di difficoltà col lavoro. Ci si vorrebbe arrabbiare a favore di e contro Kai, a seconda dei momenti. E ci si innamora di Mamakay.

E' però anche un romanzo sull'accettazione di sé. Perché ognuno dei protagonisti deve fare i conti col passato, col presente e col futuro. Ognuno di loro ha dei desideri che possono o non possono essere soddisfatti. Ognuno ha ricordi che devono o non devono emergere. Ognuno ha decisioni da prendere, sentimenti che bisogna decidere se ricambiare oppure no. E affrontare se stessi è a volte più difficile che affrontare la guerra.
Qualcuno vincerà.
Qualcun'altro perderà.

E poi c'è l'amore per la propria terra. Un amore che si può toccare, palpare, sebbene non tutti i personaggi sembrano voler restare in patria. C'è un legame, però, tra i personaggi e quei luoghi che è intenso. Che supera i dolori.


Il ricordo dell'amore è un romanzo bellissimo. Scritto con sapienza, bilanciato e ben strutturato. Ha personaggi ottimi e credibili a cui ci si avvicina troppo per non rimanerne affascinati. Si rimane coinvolti, come fossero una famiglia.

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23 giugno 2014 1 23 /06 /giugno /2014 23:37
"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

"Elizabeth è scomparsa" è scritto sui fogli che Maud si ritrova nelle tasche, appiccicati al frigo, vicino al telefono, e per di più scritti a mano con la sua grafia. Maud sta diventando un po' smemorata e la sua presa sulla realtà a volte vacilla. Continua a comprare barattoli su barattoli di pesche sciroppate quando ne ha la dispensa piena, si dimentica di bere le tazze di tè che ha appena preparato, e scrive un sacco di appunti per ricordare a se stessa le cose. Non si dimentica però della sua amica Elizabeth, scomparsa e probabilmente in pericolo. Ma nessuno sembra darle retta, non sua figlia, non le infermiere che vengono a prendersi cura di lei, non i poliziotti, e nemmeno Peter, l'egoista figlio di Elizabeth. Maud è sospettosa, non ha la minima fiducia nelle loro rassicurazioni ed è determinata a scoprire cosa è successo. Ancora non sa che le sue smemorate ricerche stanno per condurla indietro di cinquant'anni, nell'Inghilterra dell'immediato dopoguerra, alla sua infanzia e a un mistero irrisolto che aleggia come un fantasma sulla sua famiglia: la scomparsa dell'adorata sorella maggiore Sukey. E se il mistero della scomparsa di Sukey contenesse la chiave per ritrovare Elizabeth? Emma Healey intreccia il potere ambiguo dei nostri ricordi con la forza dei sentimenti, in un puzzle misterioso dove i tasselli vengono mescolati di continuo fino all'ultima pagina.

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato.     DIEGO FILIPPI

Provate a calarvi nei panni di una signora di ottant'anni con e problemi gravi di memoria (mi sono immedesimato in alcuni passaggi). Immaginate di ricordare qualcosa della scomparsa di una vostra amica che non vedete da tempo (quanto, non si sa) e che la cosa si mescoli ai vostri ricordi circa la sparizione di vostra sorella. Miscelate il tutto con il fatto che vostra figlia vi faccia trasferire a casa sua per tenervi a bada e che vostra nipote, per quanto strana, quando vi ricordate di lei, sia tutto sommato vostra complice. Bene, immedesimatevi in questa miscela di condizioni, unite la scarsa forza dovuta all'età e rivangate cose passate e recenti. Potreste risolvere almeno un paio di misteri. Non dico altro ma questa tenera vecchietta mi ha davvero fatto riflettere e credo che, quando vedrete una persona anziana, anche voi avrete maggiore calma e la capirete meglio. Libro riuscitissimo e consigliato. DIEGO FILIPPI

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