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25 gennaio 2015 7 25 /01 /gennaio /2015 23:01
Incontri d'autore: Maurizio Dal Lago presenta "Valdagno tedesca 1943 1945"

L’autore rivisita i 600 giorni dell’occupazione tedesca di Valdagno e del suo territorio sulla base di documenti italiani, tedeschi e austriaci.

Pagina dopo pagina, si assiste all’arrivo di reparti, comandi e uffici della Wehrmacht , al loro ramificarsi nella società valdagnese, alle ricadute che si ebbero nella vita quotidiana, nella gestione della cosa pubblica, nel mondo del lavoro. A distanza di settant’anni dagli eventi, gli occupanti cessano di essere una massa indistinta e acquistano un nome e una voce per dare la loro versione su eventi terribili come l’eccidio di Borga e la fucilazione dei Sette Martiri.

L’occupazione tedesca s’intrecciò, negli stessi mesi, con la presenza dei funzionari della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e con quella degli uomini “Gamma” della Xᵃ Mas. Sono poi descritte le indagini della Questura di Vicenza sui valdagnesi sospetti di attività anti regime e vengono riportate la prime segnalazioni della presenza di bande armate in provincia.

Si svelano inoltre circostanze inedite sui rapporti tra Gaetano Marzotto e il generale della Luftwaffe Wolfram von Ricththofen e sui finanziamenti che lo stesso Marzotto che lo stesso Marzotto, tramite il vescovo Giuseppe Zaffonato, diede alle formazioni partigiane comuniste. Anche per quanto riguarda l’attacco della “Stella” al campo trincerato del Sottosegretariato per la Marina di Montecchio Maggiore, emergono dalla ricerca nuovi documenti.

Infine è ampiamente descritta per la prima volta la grande incidenza che ebbe nel Valdagnese il lavoro coatto imposto dai tedeschi attraverso le organizzazioni Todt e Pöll per lo scavo del Vallo Veneto e la fortificazione della linea Blu, ultimi bastioni posti a difesa dei confini meridionali del III Reich.

Un libro, dunque, che guarda in profondità dentro uno dei periodi più drammatici della nostra storia e rivela il volto sconosciuto di una Valdagno stretta nella morsa dell’occupazione straniera e della guerra civile.

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4 dicembre 2014 4 04 /12 /dicembre /2014 22:54
Un viaggio nello spazio profondo, all'interno di un'astronave alla deriva nella quale si è consumata una tragedia. Il narratore, unico e solitario sopravvissuto dell'equipaggio, registra un messaggio nel quale racconta la sua vicenda, ma soprattutto narra dei mondi che ha osservato da spettatore inerme, affacciato all'oblò della nave che dà sul cosmo. Un improbabile viaggio attraverso i pianeti impossibili che la voce narrante dice di aver visto con i propri occhi. 
Una fiaba fantascientifica in cui si sviluppano mondi fatti di  guerra e violenza, sistemi stellari sui quali le leggi fisiche e sociali sono rovesciate, astri dove la luce si concede una pausa, altri nei quali i desideri prendono corpo. Pianeti dove la memoria acquista forme impensabili, mondi abbandonati, altri fiorenti e felici, ma solo perché riescono a dimenticare il passato. Popoli strani eppure così simili al nostro, giochi di parole, sfide alla logica, paradossi universali, mentre il narratore racconta la tragedia avvenuta a bordo, un giallo
consumatosi nel vuoto siderale dove nessun giudice potrà emettere sentenze.
Un viaggio dell'immaginazione che fa incontrare la psicologia di Calvino, la fantascienza di Lem e i labirinti di Borges. L'esplorazione del mondo più lontano e sconosciuto che possiamo visitare: la mente umana. Ma “I pianeti impossibili” è anche un viaggio verso casa, un luogo distante come quei pianeti che esistono solo nel profondo della nostra mente.

Un viaggio nello spazio profondo, all'interno di un'astronave alla deriva nella quale si è consumata una tragedia. Il narratore, unico e solitario sopravvissuto dell'equipaggio, registra un messaggio nel quale racconta la sua vicenda, ma soprattutto narra dei mondi che ha osservato da spettatore inerme, affacciato all'oblò della nave che dà sul cosmo. Un improbabile viaggio attraverso i pianeti impossibili che la voce narrante dice di aver visto con i propri occhi. Una fiaba fantascientifica in cui si sviluppano mondi fatti di guerra e violenza, sistemi stellari sui quali le leggi fisiche e sociali sono rovesciate, astri dove la luce si concede una pausa, altri nei quali i desideri prendono corpo. Pianeti dove la memoria acquista forme impensabili, mondi abbandonati, altri fiorenti e felici, ma solo perché riescono a dimenticare il passato. Popoli strani eppure così simili al nostro, giochi di parole, sfide alla logica, paradossi universali, mentre il narratore racconta la tragedia avvenuta a bordo, un giallo consumatosi nel vuoto siderale dove nessun giudice potrà emettere sentenze. Un viaggio dell'immaginazione che fa incontrare la psicologia di Calvino, la fantascienza di Lem e i labirinti di Borges. L'esplorazione del mondo più lontano e sconosciuto che possiamo visitare: la mente umana. Ma “I pianeti impossibili” è anche un viaggio verso casa, un luogo distante come quei pianeti che esistono solo nel profondo della nostra mente.

RICCARDO DICE DI SE STESSO  "Sono nato a Thiene (VI) il 18 marzo 1987.  Ho conseguito il diploma classico a indirizzo linguistico presso il liceo “G. Zanella” di Schio (VI) e mi sono successivamente laureato in filosofia presso l’Università di Padova. Collaboro con numerose riviste, trattando di attualità, filosofia, letteratura. Insegno scrittura creativa e sceneggiatura teatrale e ho collaborato con la cattedra di “Storia del pensiero scientifico” del professor Fabio Grigenti, alla facoltà di Filosofia dell’Università di Padova. Tra il 2012 e il 2013 ho pubblicato tre volumi di racconti racchiusi nella collana digitale “Sotterfugi”, edita da LA Case Books. Sono segretario dell’associazione Fermento con cui porto avanti progetti teatrali e letterari. Sono autore della performance teatrale “TetrAgonia”. Nel 2014 ho pubblicato il romanzo “I pianeti impossibili”, edito da Tragopano Edizioni."

RICCARDO DICE DI SE STESSO "Sono nato a Thiene (VI) il 18 marzo 1987. Ho conseguito il diploma classico a indirizzo linguistico presso il liceo “G. Zanella” di Schio (VI) e mi sono successivamente laureato in filosofia presso l’Università di Padova. Collaboro con numerose riviste, trattando di attualità, filosofia, letteratura. Insegno scrittura creativa e sceneggiatura teatrale e ho collaborato con la cattedra di “Storia del pensiero scientifico” del professor Fabio Grigenti, alla facoltà di Filosofia dell’Università di Padova. Tra il 2012 e il 2013 ho pubblicato tre volumi di racconti racchiusi nella collana digitale “Sotterfugi”, edita da LA Case Books. Sono segretario dell’associazione Fermento con cui porto avanti progetti teatrali e letterari. Sono autore della performance teatrale “TetrAgonia”. Nel 2014 ho pubblicato il romanzo “I pianeti impossibili”, edito da Tragopano Edizioni."

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2 dicembre 2014 2 02 /12 /dicembre /2014 23:08
Due omicidi sulle colline dell'alta Valle dell'Agno. Un unico filo li lega e li riconsegna ad un passato mai dimenticato.
E' giustizia o vendetta?
Solo gli alberi muti testimoni portano questo segreto nel cuore.

Due omicidi sulle colline dell'alta Valle dell'Agno. Un unico filo li lega e li riconsegna ad un passato mai dimenticato. E' giustizia o vendetta? Solo gli alberi muti testimoni portano questo segreto nel cuore.

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28 novembre 2014 5 28 /11 /novembre /2014 09:12

L'errore più grande che si possa fare con Joanne Harris è di pensarla come "Quella che ha scritto Chocolat". Sì, è vero, ha effettivamente scritto quel libro stupendo, ma negli anni ha saputo andare ben oltre.

E sebbene nei primi tempi dopo il successo planetario di quel romanzo si sia effettivamente dedicata a libri che avevano ancora del cibo nel titolo, la produzione della Harris (ormai piuttosto importante) ha di certo saputo toccare tematiche e generi molto diversi tra loro.

Ha scritto thriller (La scuola dei desideri e Il ragazzo con gli occhi blu), fantasy (Le parole segrete e Le parole di luce), gotici (Il seme del male), e tutto questo senza mai tradire se stessa e argomenti quali la diversità e l'accettazione di sé e degli altri, che l'hanno sempre contraddistinta, ma mostrando, caso mai, quanto la sua penna fosse poliedrica e capace.

Joanne Harris non è, quindi, solamente "Quella di Chocolat". È anzi una scrittrice a cui piace mettersi in gioco. E quale miglior occasione di testare le sue capacità se non con una raccolta di racconti?

Un gatto, un cappello e un nastro potrebbe essere il modo migliore per scoprire quest'autrice.

All'interno del libro si trovano infatti racconti molto diversi tra loro, che abbracciano generi molto distanti, ma che sanno toccare, sfiorare, scuotere il lettore. Ci sono storie legate all'Africa e alle condizione disagiate dei bambini del continente nero. Ce ne sono altri che hanno le divinità per protagonisti. Ci sono le avventure di una coppia di anziane in una casa di riposo, e la vita di un signore ossessionato dal Natale. C'è un racconto che mi verrebbe da definire horror perché mi ha davvero fatto tremare, che racconta di una signora particolarmente dedita ai prodotti da forno. E poi storie di fantasmi con e senza fantasmi, storie di perdite, di dolori, ma anche di piccole rivincite e apparenti vittorie.
Ci sono storie, insomma, per tutti i gusti. E il bello di Joanne Harris è proprio questo: con uno stile estremamente piacevole crea racconti che non ti lasceranno mai tranquillo, mai indifferente, e che probabilmente sapranno accontentare molti tipi di lettori.

 

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12 novembre 2014 3 12 /11 /novembre /2014 08:54

Da qualche giorno è tornata in libreria Susan Vreeland, una delle più conosciute autrici che si occupano di narrativa strettamente legata al mondo dell'arte. La passione di Artemisia, Ragazza in blu, La vita moderna, sono solo alcuni dei suoi titoli più apprezzati.

La lista di Lisette, il suo nuovo romanzo, pur rimanendo profondamente legato ai temi dell'arte, costituisce una sorta di svolta nel percorso della Vreeland. Le abbiamo fatto qualche domanda per saperne qualcosa di più e per scoprire alcune cose chi riguardano il suo lavoro.

1. L'ultimo suo lavoro, Una ragazza da Tiffany, è stato pubblicato nel 2010, La lista di Lisette esce quindi dopo quattro anni. Pensa che qualcosa sia cambiato, durante questi ultimi anni, nel suo lavoro?
C'è stato un grande cambiamento nel mio lavoro. In passato ho scritto romanzi che avevano a che fare con un artista o un quadro. Però ho iniziato a sentire che in termini di sviluppo personale, come scrittrice, dovevo abbandonare quel modello sebbene mi avesse dato molta gioia per un decennio. Sentivo di aver bisogno di staccarmi da qualsiasi cosa di biografico e inventare completamente una storia con dei personaggi principali immaginari, permettendo tuttavia al romanzo di illuminare qualche opera d'arte e più di qualche artista.

2. Leggendo le sue storie mi sono sempre chiesto se lei inizia un nuovo libro scegliendo un capolavoro che conosce e del quale vuole assolutamente scrivere, o se invece è più una questione di amore a prima vista, e quindi inizia a lavorare a qualcosa che la colpisce.
Molto spesso è capitato che scoprissi un'opera d'arte e quindi mi mettessi a scrivere, come ho fatto con La vita moderna, o un artista, come ho fatto con L'amante del bosco e con La passione di Artemisia. L'eccitazione della scoperta è quello che ha acceso in me il desiderio di scrivere. Comunque, La lista di Lisette è nato in un modo piuttosto diverso: visitando il paese di Roussillon, apprendendo della miniera d'ocra con la quale venivano fatti i pigmenti per i pittori, e anche nello scoprire che Marc Chagall si nascose nelle vicinanze durante la seconda guerra mondiale. Il furto dell'arte da parte degli ufficiali nazisti ha pure stimolato il mio desiderio di scrivere un romanzo nel quale questa cosa fosse un elemento. In questo caso, la scelta dei dipinti è avvenuta più tardi nella mia concezione del romanzo.

3. Credo che una delle cose più belle dei suoi libri sia il fatto che lei mostra l'arte in molti modi diversi. Dalla creazione di un capolavoro alla sua "consumazione". In La ragazza in blu, per esempio, lei parla anche degli effetti che un quadro ha sulle persone che lo osservano. Anche la povera gente, che di certo non ha studiato arte. Pensa che la vera arte sia questo? Qualcosa in grado di colpire tutti, di dare emozioni a chiunque, dalla persona più intelligente alla più analfabeta?
Sì, lo penso. Spero che le persone che non sono educate all'arte scoprano nei miei libri un nuovo tipo di apprezzamento e che lo inseguano dopo aver finito la lettura. E sei nel giusto quando dici che scrivo della creazione dell'arte e del suo consumo e del suo apprezzamento. Mi piace approcciare l'arte da entrambe le direzioni.

4. Qualcuno potrebbe pensare che lei scriva libri sull'arte, ma io penso che non sia così. Lei usa l'arte per raccontare di altre cose. In Una ragazza da Tiffany lei parla dell'emancipazione femminile, in La passione di Artemisia racconta di una ragazza che deve uscire da un brutto passato, ne L'amante del bosco parla di un amore per la terra dove l'artista viveva. Possiamo considerarla una dimostrazione del fatto che l'arte può parlare di tutto? E di cosa parla La lista di Lisette?
La lista di Lisette sviluppa il tema della brama di fare del male, come succede nella guerra, contrastata dalla brama di donare, come nell'aiuto che Lisette offre a Maxime per guarirlo dal suo trauma. Il romanzo suggerisce inoltre la necessità e la benedizione del perdono, della compassione, dell'amicizia, della bellezza nel paesaggio rurale, dell'apprezzamento e della sensibilità nei confronti della gente del proprio paese.

5. Ha detto che Lisette è nata dopo la sua visita a Roussillon. Possiamo dire che una nuova idea può quindi nascere anche per caso? E cosa l'ha colpita di quella città?
Forse è stato il caso a condurmi a Roussillon dove ho scoperte gli elementi che hanno contribuito al romanzo. Per esempio, l'armonia delle case tutte in colori ocra gialla, corallo, ocra arancio, ocra rossa, mostra che la gente di Roussillon apprezza il colore e la bellezza. Parlando dei passaggi nella miniera di ocra, Pascal dice: "Abbiamo costruito l'arcata perfettamente quindi non ha bisogno di travi di legno, e quando guardavi giù lungo la linea della galleria, ogni arco appariva più piccolo di quello vicino. Sembrava una cattedrale, io e Lisette l'abbiamo fatto. Anche la vita di un minatore è migliore quando riconosce la bellezza." Lisette realizza in seguito che lo scopo della vita di Pascal era la sua partecipazione al mondo dell'arte. Lui era un umile collegamento nella catena dalla miniera alla maestosità. E altrove, nel nominare i colori creati dall'ocra grezza, lui dice con riverenza: "Dio ha concepito questi colori, e noi estraiamo le ocre che li fanno! ... C'è della santità nel colore. È la regina dell'arte." Il luogo in sé mi ha portato a riconoscere che potevo scrivere della materia prima per la creazione dei quadri, e non solo dei quadri. Il fatto che questi materiali fossero estratti e rifiniti da gente sconosciuta, umile e modesta in modo che qualcuno potesse creare oggetti di bellezza mi ha commosso profondamente.

6. In questo libro lei parla anche di Chagall e mi sembra che sia l'artista più surreale di cui lei abbia mai trattato, vero? Com'è stato raccontare i suoi lavori? Ha trovato delle differenze nel parlare di questo tipo d'arte rispetto all'arte più classica?
Ho scoperto di voler descrivere molti più suoi eccentrici quadri di quelli che il romanzo poteva 'sostenere', in modo che i lettori lo amassero. Io dovevo fare in modo che i lettori vedessero e apprezzassero la sua bizzarria e non cercare di combinare gli elementi dei suoi quadri in una scena realistica o compararli con lavori più classici. Amare i suoi quadri per quello che sono, rivelazioni della sua immaginazione, è diventata la mia felice scoperta nel processo di scrittura di questo libro.

7. Nella bibliografia che riguarda La lista di Lisette, sul suo sito, ci sono anche dei romanzi. Come li ha usati per creare nuove storie? E ha qualche titolo da suggerirci?
Alphonse Daudet (Lettere al mio mulino) era uno scrittore provenzale le cui storie del suo mulino a vento mostravano le semplici, felici caratteristiche della gente della Provenza, che era connessa alla terra in modi profondi. Irène Némirovsky (Suite Française) ha scritto del disperato esodo delle persone in fuga da Parigi durante la seconda guerra mondiale, e in cerca di rifugio nel sud. Questi due libri hanno portato ad avere una breve scena con dei rifugiati che vivono in un mulino a vento, e il libro della Némirovsky mi ha permesso di avere un personaggio capace di descrivere il panico di quell'esodo. Vortici di gloria di Irving Stone mi ha fatto moltoapprezzare Camille Pissarro, la sua sofferenza e la sua dedizione all'Impressionismo.

8. Siamo alla fine. So che probabilmente non ha ancora iniziato a scrivere qualcosa di nuovo ma... ha già qualche idea?
Ho scritto un romanzo dopo l'altro, senza pause, per un decennio. Mi prenderò almeno un anno per leggere, cosa che non faccio abbastanza mentre sto lavorando alla scrittura di un mio libro. Non vedo l'ora che arrivi questo periodo di arricchimento. Dopo quell'anno, avrò qualche libro di qualcun'altro da suggerire.

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10 novembre 2014 1 10 /11 /novembre /2014 20:18
Chi non ha mai sognato di salire sulla Transiberiana? Rosa Liksom, scrittrice finlandese, ci fa salire a Mosca e ci scarica poi a Ulan Bator, quasi in Cina. Nel suo “Scompartimento n. 6”, titolo cecoviano, saliamo a bordo assieme ad una giovane donna finlandese, a Vadim, rude e sboccato quarantenne russo e ad Arisa, la capo-carrozza. I tre non hanno nulla che li accomuni, ma questo lungo viaggio li costringe a condividere spazi limitatissimi e del tutto inospitali e a cercare momenti di solitudine quando la convivenza forzata diventa insopportabile: Vadim non la smette mai di parlare e vomita addosso alla ragazza tutta la sua vita. Le racconta la sua difficile infanzia, la prigione, le sue esperienze con le donne e mentre parla, beve vodka. Lei non parla, non “sentiamo” mai la sua voce, ma vediamo i suoi pensieri, percepiamo l’idea che ha di quel suo strano e ingombrante compagno di viaggio. I due, seppur tanto diversi, riescono, grazie al mondo freddo, ghiacciato inospitale che stanno attraversando, a creare una sorta di amicizia. Quando il treno si ferma, spesso per alcuni giorni, nelle stazioni di città di neve, fango, freddo e fumo, loro due continuano a stare insieme. Sono l’unico “luogo” conosciuto in una terra tanto difficile. La Grande Madre Russia che non è per nulla madre. Questo romanzo si legge d’un fiato, immergendoti nelle sue pagine ti sembra di avere a fianco Vadim, di sentire il suo odore di cibo rancido e di vodka, di percepire nelle ossa il gelo siberiano, di essere i pensieri della ragazza senza nome e di sentire le urla della capo-carrozza Arisa.

Chi non ha mai sognato di salire sulla Transiberiana? Rosa Liksom, scrittrice finlandese, ci fa salire a Mosca e ci scarica poi a Ulan Bator, quasi in Cina. Nel suo “Scompartimento n. 6”, titolo cecoviano, saliamo a bordo assieme ad una giovane donna finlandese, a Vadim, rude e sboccato quarantenne russo e ad Arisa, la capo-carrozza. I tre non hanno nulla che li accomuni, ma questo lungo viaggio li costringe a condividere spazi limitatissimi e del tutto inospitali e a cercare momenti di solitudine quando la convivenza forzata diventa insopportabile: Vadim non la smette mai di parlare e vomita addosso alla ragazza tutta la sua vita. Le racconta la sua difficile infanzia, la prigione, le sue esperienze con le donne e mentre parla, beve vodka. Lei non parla, non “sentiamo” mai la sua voce, ma vediamo i suoi pensieri, percepiamo l’idea che ha di quel suo strano e ingombrante compagno di viaggio. I due, seppur tanto diversi, riescono, grazie al mondo freddo, ghiacciato inospitale che stanno attraversando, a creare una sorta di amicizia. Quando il treno si ferma, spesso per alcuni giorni, nelle stazioni di città di neve, fango, freddo e fumo, loro due continuano a stare insieme. Sono l’unico “luogo” conosciuto in una terra tanto difficile. La Grande Madre Russia che non è per nulla madre. Questo romanzo si legge d’un fiato, immergendoti nelle sue pagine ti sembra di avere a fianco Vadim, di sentire il suo odore di cibo rancido e di vodka, di percepire nelle ossa il gelo siberiano, di essere i pensieri della ragazza senza nome e di sentire le urla della capo-carrozza Arisa.

Rosa Liskom, con “Scompartimento n. 6”, ha vento nel 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese. Nata nel 1958 a Ylavaara, è una delle più amate scrittrici finlandesi; dopo gli studi di antropologia a Helsinki e Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi.

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3 novembre 2014 1 03 /11 /novembre /2014 23:01
Incontri d'autore: Donato Carrisi presenta "Il cacciatore del buio"
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19 ottobre 2014 7 19 /10 /ottobre /2014 22:07
Colpa delle stelle, John Green: un bestseller con l'anima Un'opera ispirata dall'esperienza di lavoro dell'autore in un ospedale oncologico pediatrico, due adolescenti, una malattia terminale, una storia d'amore impossibile: letti così, sembrano gli ingredienti per un polpettone prevedibile e strappalacrime, una riedizione di Love Story per i ragazzi di oggi che non hanno mai letto il libro o visto il film. In realtà, fin dal principio si può notare come questo romanzo, che poteva essere effettivamente banale e scontato, spiazzi le aspettative del lettore, anche di quello più smaliziato: quante opere per "giovani adulti" conoscete che ricavino il loro titolo da Shakespeare? Nel Giulio Cesare, infatti, Cassio dice a Bruto: ""La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni." La seconda sorpresa è la voce narrante: Hazel ha sedici anni ed è malata di cancro da quando ne aveva tredici; sa che il farmaco sperimentale che sta assumendo non potrà guarirla ma solo prolungare, non si sa per quanto, la sua esistenza. Quel che è sorprendente è la lucidità della sua prospettiva: Hazel guarda il mondo attorno a lei con grande realismo e ironia, sa essere cinica e anche sarcastica, odia ogni forma di pietismo e di ipocrisia, soprattutto quando si parla della sua malattia. Riesce a scherzare sul modo in cui un malato di cancro viene trattato dagli altri e rifiuta ogni tentativo di illusoria consolazione. La sua voce risulta reale, non artefatta: alcune delle scene più spassose del libro si svolgono durante le sedute del gruppo di supporto che i genitori di Hazel la costringono a frequentare e in cui lei si diverte a contestare a modo sua la prospettiva ottimistica ed entusiastica del coordinatore. Il suo unico vero interesse è un romanzo, la storia di una ragazza malata di cancro, opera unica di un autore, Peter Van Houten, che poi è svanito nel nulla e che Hazel cerca vanamente di contattare. Il lettore però capisce abbastanza velocemente che la corazza che Hazel si è costruita nasconde la sua paura più grande, che non è quella di morire ma di far soffrire chi le sta accanto, a partire dai genitori. Quando la ragazza infatti conosce al gruppo di supporto Gus, che ha subito l'amputazione di una gamba per un osteosarcoma ma ora è in salute, pur essendone attratta cerca di tenerlo a distanza, non volendo neppure iniziare una relazione che, dal suo punto di vista, potrà solo portare dolore e sofferenza. Gus però non solo non demorde, ma riesce a contattare il misterioso Van Houten, che, colpito dalle mail del ragazzo, invita lui ed Hazel ad Amsterdam, dove si è trasferito da tempo. Il viaggio ad Amsterdam è il momento culminante del libro, in cui emozioni e sentimenti vengono rivelati e messi alla prova. Dopo questa esperienza, nulla sarà più come prima per i due protagonisti, che devono fare i conti con l'amore che è nato tra di loro, le rivelazioni legate all'incontro con Van Houten e, naturalmente, con la malattia. Non sveliamo il finale: le lacrime ci sono, ma sono accompagnate da un senso di speranza a dalla consapevolezza che la vita, breve o lunga, vale la pena di essere vissuta, così come i sentimenti meritano di essere provati. é questa capacità di lasciarsi coinvolgere che ci fa sentire vivi, fa capire Gus ad Hazel, e se la malattia ci toglie molte possibilità, ci lascia comunque la libertà di scegliere come possiamo affrontarla, se e in che misura abbandonarci ad una non-vita prima ancora di essere morti o sfruttare anche il poco che ci viene concesso. Le stelle possono decidere il corso della nostra vita, ma il modo in cui percorriamo il cammino è nostro. "Nella vita non possiamo scegliere le nostre ferite, ma possiamo scegliere chi ci ferirà.

Colpa delle stelle, John Green: un bestseller con l'anima Un'opera ispirata dall'esperienza di lavoro dell'autore in un ospedale oncologico pediatrico, due adolescenti, una malattia terminale, una storia d'amore impossibile: letti così, sembrano gli ingredienti per un polpettone prevedibile e strappalacrime, una riedizione di Love Story per i ragazzi di oggi che non hanno mai letto il libro o visto il film. In realtà, fin dal principio si può notare come questo romanzo, che poteva essere effettivamente banale e scontato, spiazzi le aspettative del lettore, anche di quello più smaliziato: quante opere per "giovani adulti" conoscete che ricavino il loro titolo da Shakespeare? Nel Giulio Cesare, infatti, Cassio dice a Bruto: ""La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni." La seconda sorpresa è la voce narrante: Hazel ha sedici anni ed è malata di cancro da quando ne aveva tredici; sa che il farmaco sperimentale che sta assumendo non potrà guarirla ma solo prolungare, non si sa per quanto, la sua esistenza. Quel che è sorprendente è la lucidità della sua prospettiva: Hazel guarda il mondo attorno a lei con grande realismo e ironia, sa essere cinica e anche sarcastica, odia ogni forma di pietismo e di ipocrisia, soprattutto quando si parla della sua malattia. Riesce a scherzare sul modo in cui un malato di cancro viene trattato dagli altri e rifiuta ogni tentativo di illusoria consolazione. La sua voce risulta reale, non artefatta: alcune delle scene più spassose del libro si svolgono durante le sedute del gruppo di supporto che i genitori di Hazel la costringono a frequentare e in cui lei si diverte a contestare a modo sua la prospettiva ottimistica ed entusiastica del coordinatore. Il suo unico vero interesse è un romanzo, la storia di una ragazza malata di cancro, opera unica di un autore, Peter Van Houten, che poi è svanito nel nulla e che Hazel cerca vanamente di contattare. Il lettore però capisce abbastanza velocemente che la corazza che Hazel si è costruita nasconde la sua paura più grande, che non è quella di morire ma di far soffrire chi le sta accanto, a partire dai genitori. Quando la ragazza infatti conosce al gruppo di supporto Gus, che ha subito l'amputazione di una gamba per un osteosarcoma ma ora è in salute, pur essendone attratta cerca di tenerlo a distanza, non volendo neppure iniziare una relazione che, dal suo punto di vista, potrà solo portare dolore e sofferenza. Gus però non solo non demorde, ma riesce a contattare il misterioso Van Houten, che, colpito dalle mail del ragazzo, invita lui ed Hazel ad Amsterdam, dove si è trasferito da tempo. Il viaggio ad Amsterdam è il momento culminante del libro, in cui emozioni e sentimenti vengono rivelati e messi alla prova. Dopo questa esperienza, nulla sarà più come prima per i due protagonisti, che devono fare i conti con l'amore che è nato tra di loro, le rivelazioni legate all'incontro con Van Houten e, naturalmente, con la malattia. Non sveliamo il finale: le lacrime ci sono, ma sono accompagnate da un senso di speranza a dalla consapevolezza che la vita, breve o lunga, vale la pena di essere vissuta, così come i sentimenti meritano di essere provati. é questa capacità di lasciarsi coinvolgere che ci fa sentire vivi, fa capire Gus ad Hazel, e se la malattia ci toglie molte possibilità, ci lascia comunque la libertà di scegliere come possiamo affrontarla, se e in che misura abbandonarci ad una non-vita prima ancora di essere morti o sfruttare anche il poco che ci viene concesso. Le stelle possono decidere il corso della nostra vita, ma il modo in cui percorriamo il cammino è nostro. "Nella vita non possiamo scegliere le nostre ferite, ma possiamo scegliere chi ci ferirà.

Rizzoli, non solo "Colpa delle stelle"

Rizzoli, non solo "Colpa delle stelle"

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15 ottobre 2014 3 15 /10 /ottobre /2014 22:32
Donato Carrisi è un maestro nel condurci nelle zone più oscure sia dell'animo dei suoi personaggi, sia del mondo che ci circonda e, in questo senso, il titolo ''Il cacciatore del buio'' è già una bella etichetta. Questa volta poi lo fa con una costruzione a scatole cinesi, a delitti che si susseguono a sorpresa quasi uno dentro l'altro, e assieme con un racconto a puntate che in fondo è l'erede del romanzo d'appendice, con inizi e fini che ogni volta lasciano in sospeso molte cose, compresa la curiosità del lettore. Se dopo ''Il suggeritore'', romanzo d'esordio e di partenza di un successo che ha portato questo scrittore a vendere in cinque anni oltre un milione di copie dei suoi libri, torna a quei protagonisti in ''L'ipotesi del male'', da Mila Vasquez, con tutti i suoi gravi disturbi e insicurezze, e Goran Gavila, in quest'ultimo romanzo riappaiono, presi da ''Il tribunale delle anime'', Marcus, il prete penitenziere criminologo cacciatore del buio, e Sandra, la poliziotta fotografa di scene del crimine, attenta a individuare i dettagli fuori posto, il vuoto in cui si nasconde una verità. Marcus riappare a Praga, ricoverato in ospedale per un proiettile che gli ha forato una tempia e gli ha fatto perdere la memoria e la coscienza di sé, di chi fosse, almeno fino a quando non arriva qualcuno, padre Clemente, che dice di conoscerlo e di poterlo aiutare, se lui lo vorrà, se avrà la curiosità e il coraggio di tornare indietro, invece di approfittare della sua condizione per una fuga in avanti, verso una vita nuova. E' così che Marcus torna a Roma e riprende il suo antico lavoro di padre penitenziere, che sulla sua strada rincontrerà la bella fotografa, con tutti i suoi problemi personali, verso cui forse prova qualcosa. La rincontra tra il corpo di una suora di clausura fatto a pezzi in un boschetto nei giardini vaticani, una coppia di giovani assassinata e torturata nella pineta di Castelfusano dove si sono appartati, un poliziotto ucciso con un colpo al petto, e così via. Tutto questo tra sette sataniche e club clandestini per festini di personaggi perversi e sadici, tra un medico legale, il dottor Astolfi, dalla doppia vita, che si suicida per non confessare i suoi segreti (e soprattutto i suoi complici), e il Vaticano, con la sua gerarchia verticistica e misteriosa. Del resto qui c'è chi si fa il segno della croce al contrario, chi sussurra ''Hic est diabolus'', poi un sorta di neonazista più o meno pentito e un uomo che si sente in dovere di arrivare subito dalle Filippine, perchè al centro delle indagini c'è, tra l'altro, un ''bambino di sale''. Una scrittura diretta e precisa, noir senza compiacimenti, capace di far vedere, quella di Carrisi, che scopre i misteri che nasconde una città come Roma, di cui descrive anche le bellezze solari e le curiosità della storia, accanto alle notti insanguinate e all'ombra di un presunto serial killer, in un bel gioco narrativo di contrasti alla rincorsa di una verità che ogni volta appare qualche passo più in là e sempre peggiore, più gravida di pericoli e minacce.(ANSA).

Donato Carrisi è un maestro nel condurci nelle zone più oscure sia dell'animo dei suoi personaggi, sia del mondo che ci circonda e, in questo senso, il titolo ''Il cacciatore del buio'' è già una bella etichetta. Questa volta poi lo fa con una costruzione a scatole cinesi, a delitti che si susseguono a sorpresa quasi uno dentro l'altro, e assieme con un racconto a puntate che in fondo è l'erede del romanzo d'appendice, con inizi e fini che ogni volta lasciano in sospeso molte cose, compresa la curiosità del lettore. Se dopo ''Il suggeritore'', romanzo d'esordio e di partenza di un successo che ha portato questo scrittore a vendere in cinque anni oltre un milione di copie dei suoi libri, torna a quei protagonisti in ''L'ipotesi del male'', da Mila Vasquez, con tutti i suoi gravi disturbi e insicurezze, e Goran Gavila, in quest'ultimo romanzo riappaiono, presi da ''Il tribunale delle anime'', Marcus, il prete penitenziere criminologo cacciatore del buio, e Sandra, la poliziotta fotografa di scene del crimine, attenta a individuare i dettagli fuori posto, il vuoto in cui si nasconde una verità. Marcus riappare a Praga, ricoverato in ospedale per un proiettile che gli ha forato una tempia e gli ha fatto perdere la memoria e la coscienza di sé, di chi fosse, almeno fino a quando non arriva qualcuno, padre Clemente, che dice di conoscerlo e di poterlo aiutare, se lui lo vorrà, se avrà la curiosità e il coraggio di tornare indietro, invece di approfittare della sua condizione per una fuga in avanti, verso una vita nuova. E' così che Marcus torna a Roma e riprende il suo antico lavoro di padre penitenziere, che sulla sua strada rincontrerà la bella fotografa, con tutti i suoi problemi personali, verso cui forse prova qualcosa. La rincontra tra il corpo di una suora di clausura fatto a pezzi in un boschetto nei giardini vaticani, una coppia di giovani assassinata e torturata nella pineta di Castelfusano dove si sono appartati, un poliziotto ucciso con un colpo al petto, e così via. Tutto questo tra sette sataniche e club clandestini per festini di personaggi perversi e sadici, tra un medico legale, il dottor Astolfi, dalla doppia vita, che si suicida per non confessare i suoi segreti (e soprattutto i suoi complici), e il Vaticano, con la sua gerarchia verticistica e misteriosa. Del resto qui c'è chi si fa il segno della croce al contrario, chi sussurra ''Hic est diabolus'', poi un sorta di neonazista più o meno pentito e un uomo che si sente in dovere di arrivare subito dalle Filippine, perchè al centro delle indagini c'è, tra l'altro, un ''bambino di sale''. Una scrittura diretta e precisa, noir senza compiacimenti, capace di far vedere, quella di Carrisi, che scopre i misteri che nasconde una città come Roma, di cui descrive anche le bellezze solari e le curiosità della storia, accanto alle notti insanguinate e all'ombra di un presunto serial killer, in un bel gioco narrativo di contrasti alla rincorsa di una verità che ogni volta appare qualche passo più in là e sempre peggiore, più gravida di pericoli e minacce.(ANSA).

Donato Carrisi, un anno fa a Valdagno

Donato Carrisi, un anno fa a Valdagno

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15 settembre 2014 1 15 /09 /settembre /2014 18:38
IL LIBRO                                La rete è un mezzo potente e non certo neutrale. Sul piano collettivo può essere fattore di crescita e benessere così come causa di predominio, ingiustizia o discriminazione. Sul piano individuale porta nuove libertà ma può mettere in pericolo antichi diritti. La rete cambia radicalmente la nostra società e genera nuove forme di relazioni sociali, politiche ed economiche. È uno strumento altamente democratico perché consente a tutti di esprimersi. Ma deve rispettare la pluralità sociale, la diversità dei punti di vista e realizzare l'interesse collettivo. Il ruolo delle istituzioni pubbliche è essenziale per garantire che la rete sia uno spazio di libertà e diritti, sia aperta alla concorrenza, all'innovazione e sia a disposizione dei cittadini. Serve, per questo, una regolazione adeguata ed efficace, che stimoli la diffusione della rete e attivi i necessari investimenti. Obiettivi così importanti esigono un'Autorità di regolazione legittimata, indipendente e autonoma. Il volume racconta due anni di esplorazioni, suggestioni e decisioni di un commissario dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il percorso ha, come naturale sfondo, il dibattito normativo e giurisprudenziale europeo, di cui l'autore è stato a lungo protagonista a Bruxelles nel cuore delle istituzioni dell'Unione. Affronta in maniera più specifica questioni italiane, non difficilmente riconducibili alle esperienze di altri Paesi. prefazione di Malcolm Harbour.

IL LIBRO La rete è un mezzo potente e non certo neutrale. Sul piano collettivo può essere fattore di crescita e benessere così come causa di predominio, ingiustizia o discriminazione. Sul piano individuale porta nuove libertà ma può mettere in pericolo antichi diritti. La rete cambia radicalmente la nostra società e genera nuove forme di relazioni sociali, politiche ed economiche. È uno strumento altamente democratico perché consente a tutti di esprimersi. Ma deve rispettare la pluralità sociale, la diversità dei punti di vista e realizzare l'interesse collettivo. Il ruolo delle istituzioni pubbliche è essenziale per garantire che la rete sia uno spazio di libertà e diritti, sia aperta alla concorrenza, all'innovazione e sia a disposizione dei cittadini. Serve, per questo, una regolazione adeguata ed efficace, che stimoli la diffusione della rete e attivi i necessari investimenti. Obiettivi così importanti esigono un'Autorità di regolazione legittimata, indipendente e autonoma. Il volume racconta due anni di esplorazioni, suggestioni e decisioni di un commissario dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il percorso ha, come naturale sfondo, il dibattito normativo e giurisprudenziale europeo, di cui l'autore è stato a lungo protagonista a Bruxelles nel cuore delle istituzioni dell'Unione. Affronta in maniera più specifica questioni italiane, non difficilmente riconducibili alle esperienze di altri Paesi. prefazione di Malcolm Harbour.

.L'AUTORE   http://www.antoniopreto.it/bio/cv

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