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17 maggio 2013 5 17 /05 /maggio /2013 14:19

Matteo Righetto (Padova, 29 giugno 1972)

direttore di "Scuola Twain"
promotore "Venezia-Nordest Capitale Europea della Cultura 2019"
direttore artistico di "Sugarpulp", festival letterario internazionale
opinionista culturale per alcuni quotidiani del Gruppo Espresso
narrativa:
BACCHIGLIONE BLUES, romanzo (Perdisa Pop), 2011
CLOUDY WATER, racconto in "Venice Noir" (Akashic Books, New York), 2012
SAVANA PADANA, romanzo (TEA), 2012
LA PELLE DELL'ORSO, romanzo (Guanda), 2013
L'ULTIMO GIRO DI GIOSTRA, racconto (Guanda), giugno 2013

LA PELLE DELL'ORSO
Domenico ha dodici anni ed è sempre vissuto nel villaggio dove è nato, ai piedi delle Dolomiti. La montagna è il suo mondo e questo mondo non ha segreti per lui. Gli piace guardare le cime mentre va a scuola, dove la maestra gli racconta di Tom Sawyer, o attraversare i boschi mentre va al torrente a pescare, sognando avventure straordinarie. Continua a farlo anche se da un po’ di tempo tutti lo mettono in guardia, perché il rischio di imbattersi nell’orso di cui tanto si parla in giro è grande. Un orso ormai diventato una leggenda nella valle: terribile, gigantesco, feroce come da quelle parti non se ne vedevano più. E non riesce a credere che suo padre, sempre così distante, ubriaco, perso, sia lo stesso uomo che adesso vuole dare la caccia all’orso e vuole partire per quella spedizione sulle montagne insieme a lui, solo loro due, via per giorni e giorni a contatto con una natura aspra, selvaggia. Ma è proprio questo che accadrà. Domenico sarà coinvolto in un’esperienza unica, spaventosa ed eccitante, dalla quale apprenderà che la natura, per quanto pericolosa, lo sarà sempre meno degli uomini. Un romanzo d’avventura che è insieme il racconto folgorante di una formazione, di ciò che succede per la prima volta, e che sarà per sempre.

Valdagno che Legge: Matteo Righetto presenta "La pelle dell'orso" alla Libreria Liberalibro
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14 maggio 2013 2 14 /05 /maggio /2013 15:51

 La narrativa fantastica è sempre stata, e in larga parte lo è ancora, considerata letteratura di serie b.
Il motivo? Non ne sono sicuro, ma probabilmente è legato al credenza che una persona seria non dovrebbe leggere di elfetti e maghi, perché la magia mica esiste, nel mondo reale. Poco importa che poi, almeno in alcuni casi, il fantastico sia solo un pretesto per parlare d'altro. La gente si fossilizza su un pensiero, e quello rimane.
Certo, c'è anche da ammettere che i recenti eventi editoriali, che hanno portato a una sovraesposizione mediatica di vampiri luccicanti e seduttori, hanno contribuire a dare una nuova pugnalata a un genere già malvisto, ma non dovrebbero essere alcune uscite a contaminare un intero genere.
Ecco, a chiunque creda che il fantasy sia narrativa di serie B, se non di serie C, io consiglio di leggere Karen Russell e il suo "Un vampiro tra i limoni".

 

Karen Russell ha già una certa fama in America.
Classe 1981, dopo la sua prima raccolta di racconti, "Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi", è stata inserita dalla National Book Foundation tra i cinque migliori scrittori under 35. Il suo primo romanzo, "Swamplandia!", è stato inserito tra i dieci migliori romanzi del 2011 dal New York Times (che l'ha anche considerata una tra le giovani autrici americane più talentuose), è stato candidato al premio Orange ed era tra i tre finalisti del premio Pulitzer 2012. Sì, insomma, è una che ci sa fare.
Questo suo ultimo lavoro, uno dei libri più attesi del 2013 oltreoceano, racchiude un po' tutta la sua estetica e il suo immaginario.

"Un vampiro tra i limoni" è una raccolta di racconti, racconti che sono anche molto diversi gli uni dagli altri, ma che presentano tutti qualche elemento fantastico.
La storia che da il titolo alla raccolta, per esempio, racconta di una coppia di vampiri. "Il fienile alla fine del mandato" ci mostra delle reincarnazioni equine di alcuni presidenti americani. Poi c'è un soldato con un tatuaggio incantato, uno spaventapasseri che compare dal nulla e altre piccole presenze stranianti e disturbanti.
Il punto, però, è che tutto questo è uno strumento per parlare d'altro. Leggendo queste storie ci inoltreremo in un rapporto di coppia che sta per finire, ci imbatteremo nell'ossessione per il potere, ci spaventeremo per i ricordi legati alla guerra, tremeremo per via del cambiamento e ci scontreremo con la nostra stessa natura. Sì, perché Karen Russell questo fa, studia la natura umana e la mette nero su bianco.

Leggendo "Un vampiro tra i limoni" si riderà, ci si divertirà, ma si arriverà anche all'orlo delle lacrime. Si avrà molta paura, perché alcuni racconti, pur non presentando un pericolo tangibile, sono in grado di creare grande inquietudine. Si penserà all'amore e ci si farà una ragione quando questo finisce. E tutte queste emozioni saranno accompagnate dal piacere di una splendida e curatissima scrittura.
"Un vampiro tra i limoni" è un piccolo gioiellino da leggere e rileggere. 

 

Andrea Storti

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13 maggio 2013 1 13 /05 /maggio /2013 22:38
Libro del mese di maggio 2013: "Se il diavolo porta il cappello" di Fabrizio Silei

All’inizio del suo libro Fabrizio Silei riporta una parte della lettera che Nicola Sacco scrisse al figlio Dante prima di essere giustiziato in America per un crimine non commesso.
Nicola Sacco scriveva: “Ricorda, figlio mio, la felicità dei giochi non tenerla tutta per te. Cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole, aiuta quelli che piangono, aiuta il perseguitato, l’oppresso: loro sono i tuoi amici”.
Ecco queste parole raccontano molto di questo bel romanzo, in cui Ciro, il giovane protagonista, riceve amore e aiuto da persone inaspettate, da coloro che gli fanno più paura o di cui, subito, non si fida.
Ciro è figlio dell’amore tra una giovane donna toscana e di un soldato americano, che dopo aver sposato la mamma di Ciro deve tornare alla vita militare e non tornerà più dalla sua famiglia. Ciro aspetta questo padre che non conosce e ed pieno di odio, diffidente, arrabbiato e in lotta con il mondo.
Ha solo dodici anni, Ciro, e un fratello gemello che gli cammina a fianco come un angelo custode e che, per lui, è la voce della coscienza. Sì, perché Dario è morto bambinetto, ma chi scrive questa storia, lo scrittore misterioso che lungo le pagine del libro fa risuonare i tasti della sua macchina da scrivere, ha deciso che Ciro ha bisogno dell’amore di Dario. E Dario ci sarà fino a quando Ciro sarà disposto a lasciarlo andare.
Poi la vita di Ciro si intreccia con quella di Salem, un rom che lo aiuterà a guardare dentro se stesso e gli racconterà la storia terribile degli zingari deportati ad Auschwitz e delle sevizie di Möller/Mendele.
Un po’ alla volta Ciro capirà che, intorno a lui, ci sono tante persone che lo amano ed hanno a cuore la sua felicità e così questo romanzo finirà bene: Ciro riceverà i regali e le carezze che sempre aveva desiderato.

In questo blog trovate la nostra intervista a Fabrizio Silei.

"Se il diavolo porta il cappello" è stato libro del giorno a Fahrenheit il 2 maggio scorso. Ecco il link: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-b461fa86-8fbb-4eff-9b7f-edd6bb21935c.html

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13 maggio 2013 1 13 /05 /maggio /2013 01:08

ruella-locandina.jpg

 

Renzo Ruella, laureato in Economia all’Università di Torino. E’ stato dirigente nel Gruppo Marzotto (comprendente il tessile e i marchi di abbigliamento della capogruppo e delle controllate Valentino e Hugo Boss), ha conseguito la sua più importante esperienza nell’analisi competitiva applicata al settore tessile e abbigliamento. Con Marco Ricchetti e Paolo Rossi, ha scritto la parte “Progettazione e sviluppo delle collezioni” nel testo “Il valore della moda”, Bruno Mondadori, 2006. Già membro della Commissione economica dell’Associazione italiana industriali dell’abbigliamento ed autore di numerosi saggi su argomenti settoriali.

 

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6 maggio 2013 1 06 /05 /maggio /2013 14:42

Due-belle-sfere-di-vetro-ambrato.jpgLa stessa città, ma due epoche diverse.

La città è Venezia, nella sua più grande magnificenza e nella sua attuale decadenza, che continua comunque a spargere meraviglia nei cuori di chi la visita.

Le epoche sono la fine del Quattrocento e l'età moderna.

Cosa potrà mai accomunare questi due periodi? Semplice, una famiglia e un cavallo, quello raffigurato nella statua equestre del Colleoni, che nella città lagunare sfoggia la sua eleganza.

 

"Due belle sfere di vetro ambrato" ci racconta la storia di questo cavallo, che tanto destò la meraviglia del Colleoni da volerlo come modello per la sua statua. Un cavallo talmente magnifico che nemmeno da morto avrà pace, visto che una bellissima biologa russa, tale Eva Kant (sì, come quella di Diabolik), vuole cimentarsi in un'impresa impossibile: clonarlo.

 

Con una scrittura bellissima, curata e ritmata, l'autore ci porta a passeggio nella Venezia di fine Quattrocento, tra cavalli, dogi e l'arte di Leonardo Da Vinci, che alla Serenissima si recherà proprio per via del cavallo. E in un misto tra romanzo di fantasia, storico e giallo il lettore non può far altro che abbandonarsi all'avventura, annuendo alle colte citazioni a tema ippico del protagonista moderno, cavalcando in riva al mare e facendosi una sola, grossa domanda: cosa ci sarà nascosto dentro queste due belle sfere di vetro ambrato?

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3 maggio 2013 5 03 /05 /maggio /2013 23:53

Immagine1-copia-1Il compito del genitore è un impegno tra i più complessi, anche se meraviglioso.

Generalmente chi decide di avere un bambino compie questa scelta con un desiderio del cuore colmo di tenerezza, un bisogno profondo della coppia di continuità, l’idea che una vita a due non basti più e che si debba andare oltre, lasciare il “testimone” a qualcosa di più grande del nostro io limitato. Si delinea l’esigenza di una vita nuova fusa nell’individualità di due persone che nell’amore si sono amalgamate e che nel concepimento escono dal dualismo per continuare il loro affetto in un individuo appunto nuovo: il figlio.

Ogni nascita è un miracolo della natura e del cuore, uno schiudersi al mondo che incanta e sempre, sempre stupisce. Chi non si interroga di fronte alla struggente perfezione di manine e piedini di un neonato? Chi non si scioglie di fronte al primo sorriso, al primo interagire di queste creature così piccole, ma così straordinarie?

E il viaggio inizia. Bisogna scegliere il nome, bisogna organizzare una stanza. Ci sono pannolini e bavaglini da comperare e più avanti scuole da prenotare, attività da organizzare. Parte un fermento più o meno consapevole intorno al figlio, a quel figlio che reclama un posto fisico e psicologico in famiglia, come a dirci:” Ci sono, da oggi in poi dovete fare i conti anche con me”.

La vita di coppia si trasforma inesorabilmente, si plasma a nuova consistenza; cambiano le dinamiche, cambiano a volte le alleanze, si modificano i ritmi, vengono stravolti gli spazi. Una vita nuova richiama al cambiamento e mamma e papà si prodigano felici perché quello che hanno ricevuto, la luce dei loro occhi, vale tutte le rivoluzioni del mondo. È amore: istintivo, passionale, totale quello del genitore, che si dà senza misura giorno e notte per la sua creatura così desiderata.KLIUzDggp2Q8 s4-m

In questo fermento carico di affettività ancora una volta corriamo il rischio di farci risucchiare dal “fare” intorno a nostro figlio. Ma quando mettiamo al mondo delle creature abbiamo dei doveri che vanno oltre a quelli materiali. Generando ci assumiamo il delicato compito dell’educare la creatura generata, compito questo che spetta a noi genitori, principalmente a noi genitori; è un impegno che rispetto a tutto il resto risulta fondamentale.

L’educazione riguarda la sfera comportamentale e spirituale della persona. Educando un figlio lo formo, lo indirizzo, gli do la rotta, come si fa con una nave guidata dal faro.

I figli sono germogli nei pensieri e nelle azioni e l’educazione impartita dai genitori orienta la crescita di questa pianta. Il germoglio è duttile al cambiamento, ma quando il tronco sarà rugoso e solido, ogni modifica diverrà più faticosa. Ecco perché l’azione educativa in un minore è così delicata e importante: perché orienta la vita futura del figlio.

Questo ruolo educativo, però, trova a volte pochi spazi di preparazione all’interno della coppia. Si ha l’idea, pescata chissà dove, che genitori si nasca, che tutti lo diventino semplicemente e che quindi si sappia essere genitori quasi in automatico. L’idea di fondo è che non serva “una scuola” per essere padre o madre. Mentre ci aggiorniamo sull’ultima novità in fatto di pannolini e pappa, non riteniamo necessario interrogarci sulla valenza dei nostri comportamenti educativi. Non ci aggiorniamo, non leggiamo, non frequentiamo conferenze, non creiamo gruppi di confronto. Molto spesso ciò che ci orienta, o per lo meno che orienta qualcuno, sono i comportamenti comuni che si vedono proporre nelle coppie amiche, nei vicini di casa. Così le scelte nostre diventano le scelte degli altri e noi ci lasciamo sfuggire lo scettro educativo, quell’autorità decisionale che compete al genitore.

SCELGO PERCHE’ E’ UN MIO DIRITTO - DOVERE.

MENTRE SCELGO, MI INFORMO SU COSA VOGLIO PER MIO FIGLIO.

LA MIA SCELTA DIVENTA CONSAPEVOLE E LA MIA AUTORITA’ SI RIVESTE DI DIGNITA’.

 

Ecco cos’è importante per una mamma e un papà: recuperare la consapevolezza del loro ruolo nell’educazione del figlio, ruolo che non può essere delegato, perché un figlio si ispira al genitore per camminare nella vita.

I nostri figli sono imbarcazioni leggere, noi genitori il loro faro, la rotta che tracciamo determinerà il loro futuro.

Interrogarsi sul nostro ruolo educativo è uno dei doni più preziosi che noi possiamo elargire al nostro bambino.

Buona qualità di vita!

 

                                                Mariella Lunardi

 

 

 

 

 

 

 

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2 maggio 2013 4 02 /05 /maggio /2013 14:24

wolf-hall-fazi-copia-1.jpgEnrico VIII, Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Tommaso Moro,… nomi noti anche a chi non è un esperto di storia anglosassone: la disperata ricerca di un erede maschio da parte del sovrano inglese, destinata ad avere ripercussioni politiche, sociali e religiose sulla storia dell’Europa intera, è stata raccontata da romanzi, film, opere teatrali e, recentemente, serie televisive.

Sembrerebbe impossibile raccontare qualcosa di nuovo o di diverso su questo argomento, ma Hilary Mantel c’è sicuramente riuscita, come dimostrato dal successo di pubblico e di critica di Wolf Hall, che le ha fatto vincere anche il prestigioso premio letterario Man Booker Prize (2009). Il romanzo è il primo volume di quella che si annuncia come una trilogia: il secondo volume, Bring up the bodies (in italiano Anna Bolena, un affare di famiglia), pubblicato nel 2012 ha vinto a sua volta il Booker Prize, facendo della scrittrice l’unica donna ad aver ottenuto per due volte questo riconoscimento.

Alla base del romanzo c’è una rigorosa ricerca storica durata ben cinque anni ma non solo: la scrittrice ha scelto di raccontare uno dei più complessi momenti della storia inglese attraverso l’ascesa al potere di un personaggio che storici e narratori avevano sempre relegato al ruolo del “cattivo”, Thomas Cromwell (1485-1540), potente e temutissimo consigliere del re.

Cromwell, che gestirà il divorzio di Enrico da Caterina e le nuove nozze del sovrano con Anna Bolena, è tradizionalmente presentato come un freddo calcolatore senza scrupoli, un  arrampicatore sociale che da umilissime origini era arrivato ad altezze impensabili.

 

04LRMANTEL_1256297f.jpg

Hilary Mantel fa invece di Cromwell un personaggio complesso, ricco di sfumature e problematiche, un uomo che desidera effettivamente il potere e la ricchezza ma anche un leale suddito del suo re, un idealista che vede nelle proposte di cambiamento e innovazione di Enrico una via per creare un’Inghilterra nuova, libera dai vincoli che la legano al papato, moderna. Il misterioso passato di Cromwell viene evocato a tratti, attraverso flashback improvvisi e inaspettati che sembrano sorprendere il personaggio tanto quanto il lettore: figlio di un fabbro, fugge giovanissimo di casa, si guadagna da vivere come mercenario e finisce per diventare un dipendente dei Frescobaldi, famosi banchieri fiorentini. È un autodidatta che conosce l’arte della guerra e i segreti del denaro, un uomo dalla straordinaria intelligenza che supera non solo gli svantaggi di partenza delle sue origini ma anche gravi lutti famigliari, fino a diventare il consigliere di fiducia del re. Vuole il potere, certo, e ne gode, ma non solo per il suo tornaconto personale: è profondamente convinto di poter fare il meglio per il suo paese e di poter contribuire a renderlo migliore, in ogni senso.

Grazie alla scelta di narrare la vicenda attraverso gli occhi di Cromwell, dunque, occhi capaci di leggere dietro le apparenze, i personaggi noti a tutti, che spesso appaiono ridotti a caricature o stereotipi, riacquistano freschezza e vita, carne e sangue: Enrico è capriccioso e incostante, ma il suo timore di veder finire la dinastia non è solo egoismo personale, è la paura di lasciare l’Inghilterra nel caos; Anna Bolena è dura e calcolatrice, ma anche intelligente, capace e affettuosa nei confronti della figlia Elisabetta; Tommaso Moro, che pagherà con la vita il suo dissenso nei confronti del re, non è un modello di coerenza e rigore morale bensì un vero e proprio fanatico religioso che sceglie deliberatamente il martirio, e così via.

Hilary Mantel mescola abilmente pubblico e privato, analisi interiori e ricostruzioni storicamente ineccepibili, sorprese e colpi di scena, arrivando a creare un’opera  armoniosa, quasi una sinfonia dove i momenti di pausa e quelli di azione si alternano e si intrecciano abilmente. Un romanzo storico, quindi, che però offre spunti di riflessione universale sulla natura, gli scopi e l’etica del potere.9788864116174

Una curiosità: Wolf Hall è un luogo, la tenuta di campagna della potente famiglia Seymour, destinata a legarsi strettamente al re, che nel romanzo non compare, viene solo nominato; tuttavia, il nome allude anche alla ferocia dei comportamenti umani che Cromwell riscontra fuori e dentro la corte.

 

 

Alessandra Bertoldi

 

Da marzo è in libreria anche il secondo volume della trilogia "Anna Bolena. Una questione di famiglia"

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19 aprile 2013 5 19 /04 /aprile /2013 09:29

La Fiamma di Altea sembra non esista più. Ma è davvero così?

Forse c'è ancora una speranza. Forse la Fiamma è semplicemente nascosta e attende di essere trovata. Ma da chi? Già, perché sono almeno due le fazioni che vorrebbero poter mettere le mani su quel fuoco magico. La prima è comandata dall'Arconte di Altea, che la vuole per poter realizzare il prezioso siero che lo rende quasi immortale. La seconda è capeggiata da due persone insospettabili, che conoscono segreti legati al passato del paese e che vorrebbero ridonare felicità e speranza al popolo. Ed è a questo secondo gruppo che i due giovani protagonisti aderiranno.

altea-1.jpg

Il fuoco segreto di Altea è una saga di avventura e fantasia. Uno steampunk per giovani lettori che mescola invenzioni bizzarre e coloratissimi animali. Tra trappole, fughe, scoperte e meraviglie, Ailan e Marill sono chiamati a diventare la speranza di una città sempre più grigia e triste, che non sa più vivere serenamente. Solo loro sembrano in grado di poter riportare la Fiamma, e quindi la felicità, a casa. Ci riusciranno?

Tra amicizia, tecnologia e magie... l'avventura è appena cominciata!

 

altea2.jpg

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15 aprile 2013 1 15 /04 /aprile /2013 22:49

Imbocca la valle a passo deciso, Bárður è morto.
Ha letto una poesia ed è morto di freddo.
Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma per lo spazio di un istante e diventa bella, limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie che ti portano a dimenticare, a dimenticare la tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata, il gelo si impadronisce di te, preso! E sei morto. Chi muore si trasforma immediatamente in passato.


cop-copia-3Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi. La frase con cui inizia il breve romanzo Paradiso e Inferno di Jón Kalman Stefánsson, definito uno dei migliori romanzi islandesi degli ultimi anni, sembra uscita da una Spoon River dei ghiacci, il racconto di coloro che sono ‘quasi tenebra’ e a cui restano solo i ricordi, che peraltro si stanno affievolendo. Ti parleremo di gente che viveva ai nostri giorni, più di cent’anni fa - ed infatti, come unico riferimento temporale, troviamo, ad un certo punto, la notizia di un romanzo appena pubblicato da Zola, di cui sono state vendute centomila copie. Un numero che pare esorbitante in un paese così scarsamente popolato come è l’Islanda e ancor più nel villaggio di pescatori dove vivono i personaggi di cui quei ‘noi’ che sono la voce narrante ci parleranno. 
Un uomo adulto, l’aitante Bárður, e il ragazzo il cui nome non ci viene mai detto sono amici. Forse il ragazzo, che ha perso prima il padre quando aveva sei anni e poi la madre e la sorellina, vede in Bárður un appoggio, una figura a metà tra amico, fratello, padre. Hanno in comune la passione della lettura, l’amore per le parole che risuonano come musica in orecchie in cui echeggia solo il fragore del mare. Bárður sta leggendo una traduzione del poema di Milton, Il paradiso perduto. Glielo ha prestato un vecchio capitano cieco che ha una libreria con ben quattrocento libri. Bárður è incantato dalla lettura. È stregato da quei versi. Legge, Nulla mi è delizia tranne te, e pensa alla fidanzata. Legge fino all’ultimo minuto prima di rispondere alla chiamata per uscire con la barca in mare. E scorda di prendere la cerata da infilarsi sul maglione. Una dimenticanza fatale per chi esce a pesca sul mare Artico. Tanto più che il tempo cambia, la tempesta di neve sorprende i pescatori al largo. Bárður morirà di freddo, senza che il ragazzo possa fare nulla per salvarlo: sarebbe inutile cedergli la sua, di cerata. Non gli va bene di misura, sarebbero in due a morire.

Le parole chiave di questo intenso romanzo sono il mare, descritto nel suo aspetto più brutale, ma soprattutto la lettura, intesa come strumento di liberazione dell’uomo dalla sua condizione arcaica: la lotta fra uomo e natura si gioca soprattutto conquistando la parola:

“Le parole possono avere il potere dei troll e possono abbattere gli dei, possono salvare la vita e annientarla. Le Parole sono frecce, proiettili , uccelli leggendari all’inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi per catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità”

E' sufficiente questo brano del libro a valutare la grande capacità di narratore di Stefànsson, la cui prosa è ricca di metafore che mettono insime i due mondi che sembrano stargli a cuore: quello della tradizionedell'Islanda e delle sue caratteristice sociali, economiche, di costume, e quello del'intellattuale che attribuisce ai libri e alle parole scritte la possibilità di salvare gli uomini e di decretarne la fine.

 


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Jón Kalman Stefánsson (Reykjavík, 1963), ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. I suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e pubblicati dalle più importanti case editrici europee. Luce d’estate ed è subito notte, di prossima pubblicazione da Iperborea, ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura.Paradiso e inferno è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni.

 


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12 aprile 2013 5 12 /04 /aprile /2013 17:23

locandina-castagna.jpg

 

In dialogo con Valeria Sandri

La prof.ssa Annalisa Castagna insegna italiano e storia all’ITI Marzotto ed è alla sua quinta opera di narrativa dopo “Profumo di Maresina”, “Come le ciliegie”, “Il canto del tempo” e “Il cancello della memoria”. Appassionata di storia del ’900, in particolare della 1° Guerra mondiale, ha scritto numerosi articoli e volumi a tema storico, ricevendo riconoscimenti in diversi premi nazionali.

Una recensione del libro può essere letta a questo indirizzo:
http:// omniavulnerant.over-blog.it/

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