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19 luglio 2013 5 19 /07 /luglio /2013 21:47
Intervista a Sara Rattaro, autrice di "Non volare via"

Due lauree, una in ambito scientifico e un’altra in quello della comunicazione e poi la scrittura. Una vita ricca di esperienze e di scelte. Ce ne vuoi parlare?

Più che altro è la vita di una che non ha capito in fretta cosa voleva fare da grande così ne ho provate diverse con più o meno successo. La scrittura ha finalmente placato la mia ansia e ora so cosa voglio fare: scrivere.

Possiamo dire che la scrittura, per te, non è più solo un hobby, ma un mestiere vero e proprio?

Certo! Lo è eccome. Scrivere e promuovere un romanzo è un vero e proprio lavoro con scadenze, appuntamenti e tanto impegno.

Dopo “Un uso qualunque di te” hai scritto un altro romanzo (Non volare via – Garzanti) in cui l’essere umano, sia uomo o donna, deve confrontarsi con le proprie debolezze, con le scelte del passato e con quelle presenti e, soprattutto con le persone che con lui condividono la quotidianità. Leggendo i tuoi romanzi si direbbe appunto che ciò che vuoi raccontare è l’animo umano, è così? E qual è il lavoro che fai per rendere veri i tuoi personaggi?

Si, l’animo umano è il mio vero protagonista con i suoi limiti e la sue forze. Il lavoro migliore che faccio per rendere i miei personaggi credibili sulla carta è quello di osservare e ascoltare le persone vere. Lo faccio da moltissimo tempo e soprattutto cerco di capire cosa farei io se mi trovassi in certe situazioni. È un ottimo esercizio di comprensione.

La voce narrante di “Non volare via” è Alberto, il papà di Matteo e Alice e il marito di Sandra. Perché hai fatto questa scelta ed è stato difficile entrare nel mondo maschile?

Ho accettato la sfida, con me stessa, di dimostrarmi che sapevo fare la narratrice e che potevo spaziare anche in campi meno immediati di quelli che ho a disposizione. Quando ho iniziato a scrivere Alberto sono stata assalita dalla paura di non farcela e che lui parlasse al femminile in un modo poco credibile. Poi ho capito che se avessi messo d’accordo la paura che provavo di non farcela alla voglia di superarmi, avrei raccontato un uomo autentico.

E Matteo? Chi è? Vuoi spiegarlo ai nostri lettori?

Un ragazzino che ci dimostra che per essere straordinari non è necessario essere perfetti ma avere vicino qualcuno di cui fidarsi.

Da libraia le chiedo quali sono le storie che la attraggono quando deve scegliere cosa leggere?

Amo leggere le storie che avrei voluto scrivere, i grandi romanzi con trame che affrontano il quotidiano e le sue asperità, che parlano di vita. Mi rammarico di arrivare seconda ma questo lo trovo stimolante.

Puoi consigliare ai nostri lettori, giovani e meno giovani, qualche lettura per l’estate?

Vi consiglio “Borgo Proprizio” di Loredana Limone

“Buona Fortuna” di Barbara Fiorio

“La bambina con i capelli di luce e di vento” di Laura Bonalumi.

Tre storie bellissime, tutte da leggere!!

grazie

Intervista a Sara Rattaro, autrice di "Non volare via"
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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 14:30
Andrea Molesini, dopo “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, Premio Campiello e Premio Comisso 2011, torna in libreria con “La primavera del lupo”, romanzo solido e convincente che conferma le grandi doti e la profonda formazione dell’autore. E’ il marzo del 1945, in una piccola isola nel centro della laguna di Venezia nel convento di San Francesco del Deserto, si nascondono due anziane sorelle ebree Maurizia e Ada Jesi e un bambino ebreo, Dario, che sta zitto e sa i numeri. Con loro trova rifugio nel convento un altro bambino di dieci anni, Pietro, che è l’acuto e già maturo narratore della vicenda. Oramai scoperto dai nazisti, il gruppo è costretto alla fuga e, in un primo momento, prende la via del mare aiutato da un frate energico, Padre Ernesto, da una suora bella giovane e dai modi sospetti, Suor Elvira e da un pescatore coraggioso, saggio e coi capelli rossi che Pietro chiama Lirlandese. Nei risvolti tragici della fuga che presto dovrà lasciare il mare e proseguire sulla terra ferma, si unisce ai fuggiaschi un tedesco dall’agire determinato e duro, forse un disertore, certamente qualcuno che custodisce un segreto pericoloso. Inseguiti dai tedeschi allo sbando, da fascisti disorientati, da partigiani e disertori, la loro fuga procede tra rischi e speranze, violenze e atti di bontà. Molesini attraverso la voce di Pietro, infantile e semplice, divertente e sgrammaticata, dipinge un affresco toccante che rimarrà a lungo nel cuore e nella memoria di ogni lettore.

Andrea Molesini, dopo “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, Premio Campiello e Premio Comisso 2011, torna in libreria con “La primavera del lupo”, romanzo solido e convincente che conferma le grandi doti e la profonda formazione dell’autore. E’ il marzo del 1945, in una piccola isola nel centro della laguna di Venezia nel convento di San Francesco del Deserto, si nascondono due anziane sorelle ebree Maurizia e Ada Jesi e un bambino ebreo, Dario, che sta zitto e sa i numeri. Con loro trova rifugio nel convento un altro bambino di dieci anni, Pietro, che è l’acuto e già maturo narratore della vicenda. Oramai scoperto dai nazisti, il gruppo è costretto alla fuga e, in un primo momento, prende la via del mare aiutato da un frate energico, Padre Ernesto, da una suora bella giovane e dai modi sospetti, Suor Elvira e da un pescatore coraggioso, saggio e coi capelli rossi che Pietro chiama Lirlandese. Nei risvolti tragici della fuga che presto dovrà lasciare il mare e proseguire sulla terra ferma, si unisce ai fuggiaschi un tedesco dall’agire determinato e duro, forse un disertore, certamente qualcuno che custodisce un segreto pericoloso. Inseguiti dai tedeschi allo sbando, da fascisti disorientati, da partigiani e disertori, la loro fuga procede tra rischi e speranze, violenze e atti di bontà. Molesini attraverso la voce di Pietro, infantile e semplice, divertente e sgrammaticata, dipinge un affresco toccante che rimarrà a lungo nel cuore e nella memoria di ogni lettore.

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 15:17
La stessa città, ma due epoche diverse. La città è Venezia, nella sua più grande magnificenza e nella sua attuale decadenza, che continua comunque a spargere meraviglia nei cuori di chi la visita. Le epoche sono la fine del Quattrocento e l'età moderna. Cosa potrà mai accomunare questi due periodi? Semplice, una famiglia e un cavallo, quello raffigurato nella statua equestre del Colleoni, che nella città lagunare sfoggia la sua eleganza.   "Due belle sfere di vetro ambrato" ci racconta la storia di questo cavallo, che tanto destò la meraviglia del Colleoni da volerlo come modello per la sua statua. Un cavallo talmente magnifico che nemmeno da morto avrà pace, visto che una bellissima biologa russa, tale Eva Kant (sì, come quella di Diabolik), vuole cimentarsi in un'impresa impossibile: clonarlo.   Con una scrittura bellissima, curata e ritmata, l'autore ci porta a passeggio nella Venezia di fine Quattrocento, tra cavalli, dogi e l'arte di Leonardo Da Vinci, che alla Serenissima si recherà proprio per via del cavallo. E in un misto tra romanzo di fantasia, storico e giallo il lettore non può far altro che abbandonarsi all'avventura, annuendo alle colte citazioni a tema ippico del protagonista moderno, cavalcando in riva al mare e facendosi una sola, grossa domanda: cosa ci sarà nascosto dentro queste due belle sfere di vetro ambrato?

La stessa città, ma due epoche diverse. La città è Venezia, nella sua più grande magnificenza e nella sua attuale decadenza, che continua comunque a spargere meraviglia nei cuori di chi la visita. Le epoche sono la fine del Quattrocento e l'età moderna. Cosa potrà mai accomunare questi due periodi? Semplice, una famiglia e un cavallo, quello raffigurato nella statua equestre del Colleoni, che nella città lagunare sfoggia la sua eleganza. "Due belle sfere di vetro ambrato" ci racconta la storia di questo cavallo, che tanto destò la meraviglia del Colleoni da volerlo come modello per la sua statua. Un cavallo talmente magnifico che nemmeno da morto avrà pace, visto che una bellissima biologa russa, tale Eva Kant (sì, come quella di Diabolik), vuole cimentarsi in un'impresa impossibile: clonarlo. Con una scrittura bellissima, curata e ritmata, l'autore ci porta a passeggio nella Venezia di fine Quattrocento, tra cavalli, dogi e l'arte di Leonardo Da Vinci, che alla Serenissima si recherà proprio per via del cavallo. E in un misto tra romanzo di fantasia, storico e giallo il lettore non può far altro che abbandonarsi all'avventura, annuendo alle colte citazioni a tema ippico del protagonista moderno, cavalcando in riva al mare e facendosi una sola, grossa domanda: cosa ci sarà nascosto dentro queste due belle sfere di vetro ambrato?

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 15:01

Perche' leggere a voce alta ai nostri figli? Perché dover trovare, nella frenesia delle nostre giornate, un tempo per la lettura?

Individuare una motivazione forte per anteporre la lettura alle molteplici incombenze che quotidianamente bussano alla porta dei nostri impegni è fondamentale. Ma deve essere una motivazione importante, di un certo peso, che ci spinga a mettere da parte lavori domestici, impegni fuori casa, doveri vari; una motivazione che faccia spazio appunto alla lettura.

Allora vediamo insieme dove possiamo cercare una motivazione di tale efficacia da smuovere le nostre abitudini.

Abbiamo molti beni: materiali, economici, di varia natura. Per un genitore, comunque, il bene per eccellenza resta il proprio figlio. Amiamo i nostri bambini con tutto il nostro cuore e, ne sono certa, siamo disposti a fare qualsiasi cosa per loro.

Il punto è questo: esistono delle priorità nel nostro “fare” per i nostri figli?

Sicuramente l’accudimento fisico, scolastico, educativo è una priorità irrinunciabile. La cura, la protezione sono un obbligo nei confronti di un minore e diventano una gioia se rivolte a un figlio.

Ma all’interno dei mille gesti che quotidianamente compiamo per accudire i nostri bambini, la relazione affettiva occupa uno spazio sempre più ristretto. Siamo troppo presi dalle incombenze pratiche, siamo in affanno di tempo e ci preoccupiamo principalmente che tutti i bisogni materiali vengano soddisfatti: mangiare, vestire, attività fisica, compiti scolastici…

In questo vortice di azioni, per altro fondamentali, corriamo il rischio di dimenticarci che la relazione ha fame di tempo, ha sete di attenzione, è ingorda di dialogo. La relazione ci vuole fisicamente, richiede la nostra attenzione, la disponibilità d’animo a matterci in contatto con l’altro, il tempo per l’ascolto, l’incontro fisico, le conversazioni del cuore…

In poche parole la relazione dice a gran voce:”Io ci sono, sono per te.”

Allora la lettura, nel nostro quotidiano, diventa uno strumento della relazione. Leggere a voce alta ai nostri figli non è solo un’opportunità culturale che offriamo(tutti conosciamo i benefici della lettura nell’istruzione di un bambino). Leggere si fa spazio relazionale: io e mio figlio di fronte a un libro. Tutto si trasforma: un tempo magico per entrare nelle storie, una voce calda per accompagnare il piccolo nel mondo dei sogni, una presenza fisica che penetra nel mondo dell’infanzia e si fa a misura di bimbo per viaggiare con lui nella fantasia degli intrecci dei racconti.

È un tempo straordinario, prezioso, dove le distanze tra adulto e minore si annullano perché navigano insieme, genitore e figlio, nella dimensione fantastica del sogno, del tutto possibile, dell’irrazionale: la dimensione appunto delle storie.

Ma c’è di più. I racconti diventano terreno fertile per porre domande, instaurare un dialogo, confrontarsi proprio utilizzando il contenuto dei racconti letti. Ogni storia porta con sé un messaggio, non è un racconto vuoto, ci parla, dice cose, fa riflettere. Noi possiamo utilizzare proprio i messaggi delle storie per parlare con i nostri figli. Lo facciamo in un terreno a loro familiare: le avventure dei personaggi. Allora il dialogo diventa più semplice e indagare nel mondo affettivo meno faticoso.

Hai a volte paura anche tu come il protagonista della storia?

Ti senti rifiutato anche tu come è successo a lui?

Oppure ti capita di rifiutare qualcuno?

Quando sei stato coraggioso come il protagonista?

Sono solo alcuni esempi delle proposte di dialogo che possiamo instaurare utilizzando le storie. Un dialogo che non è più basato sul fare: hai fatto i compiti, hai mangiato, ti sei vestito? È un dialogo che si basa sull’essere: come ti senti, hai delle paure, hai dei sogni?

Allora sì che il nostro tempo si fa pregnante di relazione perché noi non siamo mai quello che facciamo, siamo sempre quello che proviamo.

Buona qualità di vita con i vostri figli. Mariella Lunardi

A spasso con i buoni pensieri di Mariella Lunardi. Giugno 2013.
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7 luglio 2013 7 07 /07 /luglio /2013 19:25
Incontro con l'autore: Andrea Molesini presenta "La primavera del lupo"

Andrea Molesini è nato a Venezia il 28 dicembre 1954. Per Mondadori ha scritto fiabe e romanzi per ragazzi. 1990: Premio Andersen per il libro Quando ai veneziani crebbe la coda (Mondadori 1989). 1999: Premio Andersen alla carriera. Ha scritto saggi e tradotto libri di poesia per Mondadori e per Adelphi. 2008: Premio Monselice per la traduzione letteraria. Il suo romanzo, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio 2010) è tradotto in francese, tedesco, spagnolo, norvegese, olandese e sloveno, ed uscirà in inglese, angloamericano, ungherese e danese nel 2014. 2011: Premio Campiello, Premio Comisso, Premio Città di Cuneo Primo Romanzo, Premio Latisana per il Nord-Est. La primavera del lupo (Sellerio 2013) è il suo secondo romanzo.

 

Andrea Molesini, dopo “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, Premio Campiello e Premio Comisso 2011, torna in libreria con “La primavera del lupo”, romanzo solido e convincente che conferma le grandi doti e la profonda formazione dell’autore. E’ il marzo del 1945, in una piccola isola nel centro della laguna di Venezia nel convento di San Francesco del Deserto, si nascondono due anziane sorelle ebree Maurizia e Ada Jesi e un bambino ebreo, Dario, che sta zitto e sa i numeri. Con loro trova rifugio nel convento un altro bambino di dieci anni, Pietro, che è l’acuto e già maturo narratore della vicenda. Oramai scoperto dai nazisti, il gruppo è costretto alla fuga e, in un primo momento, prende la via del mare aiutato da un frate energico, Padre Ernesto, da una suora bella giovane e dai modi sospetti, Suor Elvira e da un pescatore coraggioso, saggio e coi capelli rossi che Pietro chiama Lirlandese. Nei risvolti tragici della fuga che presto dovrà lasciare il mare e proseguire sulla terra ferma, si unisce ai fuggiaschi un tedesco dall’agire determinato e duro, forse un disertore, certamente qualcuno che custodisce un segreto pericoloso. Inseguiti dai tedeschi allo sbando, da fascisti disorientati, da partigiani e disertori, la loro fuga procede tra rischi e speranze, violenze e atti di bontà. Molesini attraverso la voce di Pietro, infantile e semplice, divertente e sgrammaticata, dipinge un affresco toccante che rimarrà a lungo nel cuore e nella memoria di ogni lettore.

 

Modera l'incontro Francesco Carmignan

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18 giugno 2013 2 18 /06 /giugno /2013 11:44

​Raccontare il rapporto padre-figlio è sempre una cosa complicata. Vuoi perché la società, almeno fino a poco tempo fa, vedeva i figli come cose "da donne". Vuoi perché l'uomo tende a mostrare meno l'affetto, o comunque in maniera meno fisica. Fatto sta che se ne è sempre parlato poco, e in quel poco c'era sempre stato il problema del cosa dire.

Se alle normali difficoltà si aggiunge poi la prematura morte di una madre, ecco che questo legame di sangue e dolore diventa un qualcosa di veramente complesso e denso di molti significati.
Sarà forse per questo che, per raccontarlo, Matteo Righetto ha deciso di scrivere una storia di montagna e natura selvaggia. Una natura che tenta di essere domata, ma che risulta più forte del previsto. Una natura che fa paura, che sa uccidere e dimostrarsi ingiusta, e che diventa metafora perfetta per una famiglia emotivamente in difficoltà.

Nascosta tra pagine scritte in maniera semplice, diretta e quasi poetica, ne "La pelle dell'orso" c'è una storia crudele e intensa, che raggiunge apici d'amore proprio nei momento più cruenti. Un capacità bellissima, questa dell'autore, di saper fondere così bene i momenti più crudi con le emozioni più positive.
Ed ecco allora che un orso diabolico e il tentativo di ucciderlo diventano, per padre e figlio, lo spunto per rialacciare dei rapporti che non erano mai stati davvero interrotti, ma che avevano sofferto il dolore della vita. Ecco che i paesini dispersi tra le dolomiti diventano sfondo ideale per raccontare della solitudine dell'uomo e delle difficoltà dei rapporti umani. Ed ecco che le montagne diventano scenario per una storia di amore e di dolore, perché la montagna, come la vita, è così: stupenda, indescrivibile e crudele.

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13 giugno 2013 4 13 /06 /giugno /2013 00:58
Incontri d'autore: Donato Carrisi presenta "L'ipotesi del male"-

C’è una sensazione che tutti, prima o poi, abbiamo provato nella vita: il desiderio di sparire. Di fuggire da tutto. Di lasciarci ogni cosa alle spalle. Ma per alcuni non è solo un pensiero passeggero. Diviene un’ossessione che li divora e li inghiotte. Queste persone spariscono nel buio. Nessuno sa perché. Nessuno sa che fine fanno. E quasi tutti presto se ne dimenticano. Mila Vasquez invece è circondata dai loro sguardi. Ogni volta che mette piede nell’ufficio persone scomparse – il Limbo – centinaia di occhi la fissano dalle pareti della stanza dei passi perduti, ricoperte di fotografie. Per lei, è impossibile dimenticare chi è svanito nel nulla. Anche perché la poliziotta ha i segni del buio sulla pelle, come fiori rossi che hanno radici nella sua anima. Forse per questo Mila è la migliore in ciò che fa: dare la caccia a quelli che il mondo ha dimenticato. Ma se d’improvviso alcuni scomparsi tornassero con intenzioni oscure? Come una risacca, il buio restituisce prima gli oggetti di un’esistenza passata. E poi le persone. Sembrano identici a prima, questi scomparsi, ma il male li ha cambiati. Alla domanda su chi li ha presi, se ne aggiungono altre. Dove sono stati tutto questo tempo? E perché sono tornati? Mila capisce che per fermare l’armata delle ombre non servono gli indizi, non bastano le indagini. Deve dare all’oscurità una forma, deve attribuirle un senso, deve formulare un’ipotesi convincente, solida, razionale... Un’ipotesi del male. Ma per verificarla non c’è che una soluzione: consegnarsi al buio.

 
Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo la laurea in Giurisprudenza, si è specializzato incriminologia e scienza del comportamento per poi diventare sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore di romanzi bestseller internazionali. Ha vinto prestigiosi premi fra cui il Bancarella in Italia, il Prix Polar e il Prix Livre de poche, il più importante premio dei lettori in Francia
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13 giugno 2013 4 13 /06 /giugno /2013 00:30
Libro del mese giugno 2013: "Non volare via" di Sara Rattaro

La vita è una partita a scacchi e ha regole chiare , precise, dalle quali non si scappa. Spesso per arrivare alla meta e vincere la partita è necessario percorrere strade tortuose e piene di ostacoli, ma se decidiamo, comunque, di seguire le regole, alla fine arriveremo al traguardo più forti e più consapevoli.

Quella che giocano Alice e il fratellino Matteo è una partita infinita, che dura da anni e che dà a Matteo la possibilità di capire e di parlare un linguaggio che solo Alice capisce. Matteo è un bambino intelligente, sensibile, che fatica a dialogare con il mondo perché dio non gli ha donato l’udito. E’ sordo Matteo e questo suo handicap ha travolto mamma e papà; forse anche Alice ha avuto paura all’inizio, ma a lei la vita ha regalato l’amore, la pazienza e la forza necessarie per aiutare Matteo.

Nella partita a scacchi di Alice e Matteo ci sono anche mamma Sandra e papà Alberto, ma le loro mosse, non sempre, sono quelle che la famiglia richiederebbe. Sì perché nella vita non ci sono solo cammini prestabiliti e doveri assoluti, nella vita a guidarci è il cuore: a lui non si comanda ed ecco che il passato s’insinua nel presente e sconvolge la sicura quotidianità di questa famiglia. Tutto ciò che Alberto e Sandra hanno costruito e difeso, sin qui, con i denti, subisce un duro colpo e ci saranno scelte da fare.

A scegliere sono Sandra e Alberto e tutti e due rischiano di mandare all’aria la loro famiglia, anche se alla fine, dopo tradimenti, pianti, solitudini, dopo il silenzio di Matteo e le parole di Alice, saranno loro quattro, insieme, a vincere la battaglia.

Questo terzo romanzo della genovese Sara Rattaro racconta la storia di ciascuno di noi, di un amore grande e imperfetto e lo fa con un linguaggio caldo, dando la parola ai suoi personaggi e soprattutto ad Alberto, un uomo fragile, che impara la forza da Alice e da Matteo, il suo bambino sordo, che gli dice a gran voce “papà, non volare via”.

Sara Rattaro nasce e cresce a Genova, dove si laurea con lode in Biologia e Scienze della comunicazione. Nel 2010 esce per un piccolo editore il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata. Nel 2011 scrive il suo secondo romanzo Un uso qualunque di te, che ben presto scala le classifiche e diventa un fenomeno del passaparola. Non volare via è il suo primo romanzo pubblicato con Garzanti. La scrittura di Sara e la sua voce unica hanno già conquistato i più importanti editori di tutta Europa, che hanno deciso di scommettere su di lei e di pubblicarla.

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11 giugno 2013 2 11 /06 /giugno /2013 23:50

I nostri figli sono furbissimi. Hanno antenne incredibili quando si tratta di percepire i segnali che noi mandiamo. Certo, perché noi mandiamo costantemente dei segnali, anche quando non ce ne accorgiamo. Sono segnali che rispecchiano il nostro pensare, che sono allineati con il nostro sentire. Coerenti con quanto siamo.

Ecco, è di coerenza che oggi vi voglio parlare. La coerenza educativa è fondamentale per vedere il frutto di quanto seminato. È come dire:”Si fa così, io faccio così”.

Il bambino percepisce l’indicazione, la vede concretizzata nel comportamento dell’adulto e si allinea alla richiesta.

Semplice.

Ma così semplice non è, nella realtà, perché spesso l’adulto dice al bambino:”Si fa così!” poi nel suo quotidiano fa altro.

Potremmo dire molto a proposito, ma voglio condurvi nel mondo della lettura e mostravi come anche qui la coerenza, a volte, sia debole.

“Leggi” diciamo a nostro figlio ”è bello!”. Poi, quando abbiamo del tempo libero, non portiamo mai i nostri bambini in una libreria. Facciamo sicuramente molte altre cose, questa no o di rado.

Ma se è così bello leggere, perché non accompagniamo i nostri figli nella “casa” dei libri? Perché non andiamo con loro alla fonte del piacere?

I bambini ci osservano, osservano i segnali che mandiamo (incoerenti in questo caso) e valutano. “Forse non è così bello leggere” si sentono autorizzati a pensare. E hanno ragione!

Le librerie hanno un patrimonio di libri straordinario, personale competente che aspetta solo di indirizzare il lettore verso il libro che desidera. Hanno libri, tanti libri che attendono di essere presi, aperti, sfogliati, comperati, letti, consumati.

Libri che aspettano i lettori.

Le biblioteche sono anch’esse le “case” dei libri. Lì si adottano i testi, non si comperano. Si adottano per un po’, si prendono in prestito per un certo periodo, gratuitamente, e poi si restituiscono. I bibliotecari vigilano sui loro tesori con competenza, informati sempre sulle novità. Anche loro rimangono in attesa dei lettori, pronti a consigliarli per il meglio.

Così ci sono librerie e biblioteche che corrono il rischio di rimanere vuote solo perché alcuni adulti suggeriscono ai loro figli di leggere, ma non li portano mai ad attingere linfa alla fonte della lettura.

Non sono coerenti con il loro messaggio.

Dobbiamo sempre riflettere sui nostri comportamenti. I nostri figli sono osservatori attenti e la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo incide fortemente. In ogni ambito.

Buona qualità di vita!

A spasso con i buoni pensieri di Mariella Lunardi. Maggio 2013
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30 maggio 2013 4 30 /05 /maggio /2013 11:19
Può succedere perché la tua compagna ti lascia, e il cuore non regge. Può succedere perché perdi il lavoro, e prima c'è la benzina, poi la spesa, poi le bollette, infine l'affitto, e i soldi non bastano e, alla fine, resti senza. Può succedere perché un bicchiere tiene lontana la paura, ma, poi, la sola paura che ti rimane è quella di non bere. Può succedere perché hai corso per troppo, e a un certo punto hai dimenticato perché lo stavi facendo. Può succedere a te, al tuo migliore amico, alla persona che ti sta accanto. La paura peggiore dell'uomo moderno: ritrovarsi senza più nulla. È successo a Wainer Molteni: a trent'anni finisce per strada, a Milano. Conosce il freddo, la fame, lo sporco. Ci resta per otto anni, potrebbe passarci una vita. Reagisce, fonda "Clochard alla Riscossa", il sindacato dei senza­casa. I barboni, dice, non sono parassiti, ma persone che hanno sogni e talenti da realizzare. Diventerà consulente della giunta Pisapia per il recupero sociale dei senzatetto. Una storia esemplare di speranza e solidarietà che ci tocca tutti.

Può succedere perché la tua compagna ti lascia, e il cuore non regge. Può succedere perché perdi il lavoro, e prima c'è la benzina, poi la spesa, poi le bollette, infine l'affitto, e i soldi non bastano e, alla fine, resti senza. Può succedere perché un bicchiere tiene lontana la paura, ma, poi, la sola paura che ti rimane è quella di non bere. Può succedere perché hai corso per troppo, e a un certo punto hai dimenticato perché lo stavi facendo. Può succedere a te, al tuo migliore amico, alla persona che ti sta accanto. La paura peggiore dell'uomo moderno: ritrovarsi senza più nulla. È successo a Wainer Molteni: a trent'anni finisce per strada, a Milano. Conosce il freddo, la fame, lo sporco. Ci resta per otto anni, potrebbe passarci una vita. Reagisce, fonda "Clochard alla Riscossa", il sindacato dei senza­casa. I barboni, dice, non sono parassiti, ma persone che hanno sogni e talenti da realizzare. Diventerà consulente della giunta Pisapia per il recupero sociale dei senzatetto. Una storia esemplare di speranza e solidarietà che ci tocca tutti.

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