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7 gennaio 2014 2 07 /01 /gennaio /2014 14:59

Abbiamo scelto come primo libro del mese di quest’anno “La Famiglia Karnowski”, ultimo romanzo di Israel Yoshua Singer, fratello maggiore del premio Nobel Isaac B. Singer. Questo romanzo fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1943 e oggi viene pubblicato in Italia dalla casa editrice Adelphi.

 

Come era accaduto per un altro romanzo di Israel, “I fratelli Askenazi, anche qui l’autore pone al centro della narrazione la famiglia: attraverso tre generazioni di Karnowski a Singer preme raccontare quanto sia difficile per un ebreo, polacco per giunta, essere accettato in una società come quella tedesca degli inizi del novecento e quanto diventi poi impossibile vivere nella Germania nazionalsocialista.

David Karnowski decide di abbandonare lo shtetl nativo per la grande Berlino, dove sceglierà di parlare tedesco abbandonando l'yiddish e dove farà di tutto per entrare a far parte dell’elite ebraica della città.

Non è certo facile mantenere la propria identità ebraica in un mondo tanto ostile, anche se David, pur essendo “ebreo in casa e tedesco nel mondo”, si manterrà fedele alle sue radici e alle tradizioni della sua religione. Il figlio Georg invece sceglierà di vivere diversamente, diventerà medico, vedrà le atrocità della guerra e sposerà una donna cristiana. Che delusione per David! Tanto lavoro, tanti soldi investiti su questo figlio e Georg lo delude di continuo; ma a rinnegare l’identità ebraica e tutto ciò che essa rappresenta sarà Jegor, il figlio di Georg.

Anche il paese che i Karnowski hanno scelto li tradirà; la Germania, con l’avvento di Hitler e delle leggi razziali, non è più un posto sicuro e ai Karnowski non resta che andarsene nella ricca America, dove essere ebreo è forse meno difficile.

Il destino di Israel Joshua Singer, fratello maggiore del celebre Isaac Bashevis, è stato insidioso né più né meno di quello comune a tanti altri primogeniti del popolo ebraico, platealmente surclassati dai cadetti. È successo, tra i tanti, anche al goffo Esaù fregato dall’astuto Giacobbe (con la complicità di Rebecca, alla faccia dell’amor materno e della sua presunta imparzialità). Nato nel 1893, undici anni prima del futuro premio Nobel per la letteratura nonché impareggiabile cantore dello scomparso mondo yiddish, Israel Joshua ebbe una vita per certi versi parallela a quella del talentuoso fratello. Attratto in gioventù dalla pittura, poco dopo i vent’anni si convertì ad altra forma d’arte e cominciò con lo scrivere racconti di stampo chassidico. Dopo aver peregrinato tra la campagna polacca, Varsavia e Kiev, nel 1933 Israel Joshua emigrò in America. Qui ha scritto davvero tanto, anche se la sua produzione è stata condannata all’ombra: romanzi, racconti, molto giornalismo in yiddish, sotto lo pseudonimo di G. Kuper, fors’anche per sfuggire alla concorrenza fraterna. Del resto, la sua autobiografia uscita postuma nel 1946, Fun a Velt Vos Iz Nishto Mer («Da un mondo che non c’è più»), è un ritratto collettivo che, per precisione narrativa e struggimento della memoria, tiene egregiamente testa ai racconti di Alla corte di mio padre (pubblicati in Italia da Longanesi, come gran parte dell’opera singeriana).

Il destino di Israel Joshua Singer, fratello maggiore del celebre Isaac Bashevis, è stato insidioso né più né meno di quello comune a tanti altri primogeniti del popolo ebraico, platealmente surclassati dai cadetti. È successo, tra i tanti, anche al goffo Esaù fregato dall’astuto Giacobbe (con la complicità di Rebecca, alla faccia dell’amor materno e della sua presunta imparzialità). Nato nel 1893, undici anni prima del futuro premio Nobel per la letteratura nonché impareggiabile cantore dello scomparso mondo yiddish, Israel Joshua ebbe una vita per certi versi parallela a quella del talentuoso fratello. Attratto in gioventù dalla pittura, poco dopo i vent’anni si convertì ad altra forma d’arte e cominciò con lo scrivere racconti di stampo chassidico. Dopo aver peregrinato tra la campagna polacca, Varsavia e Kiev, nel 1933 Israel Joshua emigrò in America. Qui ha scritto davvero tanto, anche se la sua produzione è stata condannata all’ombra: romanzi, racconti, molto giornalismo in yiddish, sotto lo pseudonimo di G. Kuper, fors’anche per sfuggire alla concorrenza fraterna. Del resto, la sua autobiografia uscita postuma nel 1946, Fun a Velt Vos Iz Nishto Mer («Da un mondo che non c’è più»), è un ritratto collettivo che, per precisione narrativa e struggimento della memoria, tiene egregiamente testa ai racconti di Alla corte di mio padre (pubblicati in Italia da Longanesi, come gran parte dell’opera singeriana).

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Published by Libreria Liberalibro - in Libro del mese
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